Contrappunti/ La nuvola che cambia la musica

di M. Mantellini - iCloud sarà probabilmente l'offerta musicale in streaming di Apple. Apripista o meno, segna per i contenuti (non solo sonori) una transizione equiparabile a quella dei singoli negli anni '60

Nella mattinata californiana di domani (oggi per chi legge) Steve Jobs presenterà a San Francisco iCloud. Un servizio di cloud computing che verosimilmente andrà a sostituire il poco fortunato Mobile Me e che, soprattutto, dovrebbe includere l’estensione verso la nuvola dei servizi musicali di Apple.

Se così sarà – e soprattutto se Apple continuerà a tracciare lo sviluppo tecnologico di simili servizi come è accaduto in passato – la piattaforma di fruizione musicale in Rete cambierà radicalmente per la seconda volta in dieci anni. Dal download dei brani musicali in formato digitale acquistati singolarmente, si passerà a forme di abbonamento a servizi di streaming che comprenderanno tutta l’offerta del mondo, o qualcosa di simile.

Si tratta del resto di un percorso che è già scritto da tempo: mancavano alcuni complessi adeguamenti tecnologici ed infrastrutturali ma l’idea secondo la quale la musica digitale sarebbe diventata un servizio di rete accessibile con tariffe flat era una ipotesi già prevista e auspicata da EFF nel 2004, tanto osteggiata dalle major del disco quanto vicina alle esigenze di una utenza che Internet ha abituato ad una bulimia musicale assoluta.

Uno dei video di maggior successo in rete in queste settimane lo ha pubblicato Tyler Cullen qualche giorno fa. L’autore si è divertito a fermare persone per le strade di New York domandando quale brano musicale stessero ascoltando in cuffia, utilizzando poi quel brano come colonna sonora. Il filmato è molto carino e colpisce che un numero molto ampio delle persone interpellate non ricordasse in quel momento il titolo del brano che stava ascoltando.

In questa dimenticanza risiedono molte delle ragioni del prossimo successo di servizi di streaming musicale on line: Internet ha accelerato quantità di offerta e velocità di fruizione, nessun servizio basato sul download di singoli brani è destinato a sopravvivergli. La fruizione musicale diventa una pratica di superficie, si ascoltano molte nuove canzoni per un tempo minore, con tutte le modificazioni che simili comportamenti indurranno.

La stessa composizione musicale, per lo meno quella della musica pop, subirà probabilmente condizionamenti legati alle modalità di utilizzo, esattamente come avvenne negli anni ’60 con il successo dei 45 giri che sancirono formati e strutture musicali standard. Ma al di là di questioni di sociologia musicale, uno degli aspetti rilevanti del passaggio della musica dagli hard disk alla nuvola è esattamente quello dello scivolamento dalla qualità (quasi sempre presunta ed acquistata a scatola chiusa) alla quantità. Dall’economia della scarsità a quella dell’abbondanza, come le dinamiche di Rete ci hanno insegnato da tempo.

I critici più puntigliosi non tarderanno a ricordarci ciò che perderemo in una simile evoluzione: valuteremo le canzoni con maggior superficialità, passeremo rapidamente e senza troppa attenzione di brano in brano, si scioglierà quel rapporto intimo e proustiano che associa brani musicali a periodi precisi della nostra vita. Sull’altro piatto della bilancia lo streaming è oggi una delle poche scelte tecnologicamente ragionevoli che la musica legale può opporre alla pirateria, la nuvola sarà sempre sopra di noi, con una sorta di effetto Fantozzi al contrario, il “jukebox celestiale” come lo chiamava poeticamente Salon alla fine degli anni ’90 diventerà infine realtà.

Per il resto è sempre la solita storia: al “music overload” prossimo venturo sarà nostra personale responsabilità porre rimedio. Ci attendono meno restrizioni e più filtri, nella musica come in ogni offerta contenutistica in Rete.

Massimo Mantellini
Manteblog

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  • federico carrara scrive:
    un aspetto negativo della faccenda
    è vero, il sistema proposto da Schema.org (come i microdata del w3c) può essere un ottimo strumento per l'indicizzazione. io però ci vedo anche un aspetto negativo: tramite questi sistemi un motore di ricerca di fatto può prendersi tutti i dati di un sito mantenendone la semantica, cioè il senso. in altre parole google potrebbe diventare un database universale di contenuti strutturati, senza più bisogno da parte dell'utente di arrivare ai singoli siti che hanno originato i dati, poichè troverebbe tutte le risposte direttamente nelle pagine di ricerca di google.faccio un esempio: google potrebbe fornire una ricerca per i film, avendo a disposizione tutti i dati di tutti i siti del mondo che parlano di film. che bisogno avrebbe a quel punto l'utente di andare sul singolo sito che ha generato il singolo dato, quando otterrebbe tutte le informazioni disponibili globalmente rimanendo all'interno delle pagine di ricerca del motore stesso?se questi nuovi sistemi di indicizzazione dovessero diffondersi, sarebbe come donare i contenuti dei propri database ai motori di ricerca, demandando loro non più solo il ruolo di "indici" della rete, ma anche quello di "meta-database" di tutto lo scibile digitale esistente.
    • MacGeek scrive:
      Re: un aspetto negativo della faccenda
      Wolfran Alpha fa una cosa del genere. Ma non è proprio immediato capire cosa gli si può chiedere e cosa no.
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