Contrappunti/ Ma quale lavoro nell'ICT?

di Massimo Mantellini. Azzerano in un solo colpo occupazione senza orari e posti di lavoro con ping pong e giardini zen basati sulla capacità di adattamento ad obiettivi sempre imminenti, ricchi di complessità e di stimoli
di Massimo Mantellini. Azzerano in un solo colpo occupazione senza orari e posti di lavoro con ping pong e giardini zen basati sulla capacità di adattamento ad obiettivi sempre imminenti, ricchi di complessità e di stimoli


Roma – E’ come se fosse definitivamente terminata l’età dell’innocenza. Dopo un paio d’anni di eccessi adolescenziali ci accorgiamo che non esiste una nuova economia a tutto tondo, che le nuove professioni legate allo sviluppo della rete, con i loro neologismi dai significati complessi ma ugualmente e rapidamente inseriti nel gergo comune (e dal Cepu nell’elenco dei suoi corsi universitari) hanno perfino troppi punti in comune con altre vituperate e antiche modalità lavorative. Non è insomma tutto oro quello che luccica.

E così scendono in piazza, come tutti gli altri prima di loro in difesa dei loro diritti, anche i lavoratori della new economy: per primi danno inizio alle danze (in tutti i sensi e con grande intelligenza mediatica) i ragazzi di Virgilio, riscrivendo a modo loro, anche se con qualche riferimento d’oltreoceano, le dinamiche della lotta per il posto di lavoro. E dopo di loro o magari anche prima ma con assai minore copertura informativa, un ampio gruppo di realtà occupazionali della new economy si sfaldano: dall’azzeramento dei dipendenti di Interfree alle riduzioni di organico a Kataweb, dai guai di Blixer alla fine di Eday, dalle colorite proteste dei migliaia di dipendenti di Blu, alle drastiche riduzioni di organico annunciate in questi giorni dalla piccola Freedomland.

Dopo 18 mesi di emozionanti dissertazioni sociologiche sul nuovo lavoro, sulla sua dinamicità, sulla riconquistata centralità dell’individuo nella determinazione dei tempi e delle modalità del proprio impegno professionale (ma anche su una masochistica accettazione di una idea implicita di schiavitù che faceva molto new economy) ecco comparire i primi dietrofront, quasi dei “c’eravamo sbagliati” che azzerano in un solo colpo una retorica lavorativa fatta di occupazione senza più orari, di posti di lavoro con ping pong e giardini zen, di impegni senza contesti geografici fissi, basata sulla capacità di adattamento ad obiettivi sempre imminenti, ricchi di complessità e di stimoli.

Leggo (e non mi meraviglia) che in Germania 4 lavoratori della new economy su 5 cambierebbero oggi il loro lavoro con uno nella vecchia economia e che perfino due terzi dei manager migrerebbe volentieri verso professioni al di fuori delle dot.com. Non stupisce quindi che, parallelamente alla caduta di un mito (quello di un lavoro molto remunerativo flessibile e dinamico), si consolidino idee di copertura sindacale che sono tanto più giustificate quanto meno certa è la qualità del lavoro che l’azienda propone ai dipendenti. Che senso ha per esempio che Matrix metta in mobilità buona parte della sua forza lavoro se da tale decisione non discende alcuna possibilità di usufruire degli ammortizzatori sociali previsti dalla legge, poichè i ragazzi di Virgilio sono stati assunti in gran parte con il contratto di lavoro del Commercio e dei Servizi? Forse per recuperare i contributi versati che l’INPS, data la situazione, si è detta disposta a restituire? E per le possibili alternative a queste contestate e miopi scelte imprenditoriali da parte della dirigenza di Virgilio rimando a un ottimo articolo di Franco Carlini intitolato Virgilio 2.0.

Se invece si fosse voluto scavare anche solo un po’ sotto la tonnellata di retorica che fino a ieri avvolgeva questi entusiasmi da nuovo lavoro, si sarebbero potute osservare, con qualche anticipo, anche in Italia, realtà davvero strane: società che capitalizzavano in borsa come la Fiat, che pagavano stipendi a poche decine di dipendenti, giovani disposti a turni di lavoro massacranti pur di fare parte dell’universo lavorativo del nuovo mondo, cullati da luoghi comuni potenti ancorchè mistificatori, riciclati in parte da una etica del lavoro molto anglosassone (e pochissimo italica) ed in parte amplificati dall’alone di magia e fascino che avvolge sempre la modernità che incombe sulle nostre vite.

Doveva quindi cambiare anche il nostro lavoro? Abitare una dimensione nuova, slegata da piccole e grandi burocrazie, cartellini marcatempo, scatti di anzianità automatici? Si voleva rispondere che sì, finalmente anche da noi poteva affermarsi una dimensione individuale e responsabile dell’impegno professionale, dove conti ciò che si fa e non da quanto tempo lo si fa, dove importi cosa si vuole e non più di chi si è figli o parenti? Tutto molto bello, a crederci; eppure sarebbe bastata un’occhiata ai cognomi dei giovani top manager di grandi aziende delle tecnologie e delle comunicazioni, o di piccole startup dal futuro fulgido, per potersi concedere qualche piccolo dubbio. Sarebbe bastato, quando tutti gridavano al miracolo del nuovo lavoro, leggere certi libri appena sfornati oltreoceano o navigare dentro siti web come Netslaves.com, magari dedicando qualche minuto alle pagine sul manuale di combattimento dei netslaves , per perdere qualche certezza sul fatto che tutto era semplice e chiaro.

Non è chiaro invece che fine abbiano fatto i 100.000 posti di lavoro mancanti per informatici che solo 10 mesi fa tutti citavano come un gravissimo problema nazionale. Ho qualche sospetto che siano andati a far compagnia ai fans del trading online, passati in un istante da decine di migliaia a zero e dei quali non si hanno più notizie ormai da qualche tempo. Non sappiamo quanti giovani indu di Bangalore si apprestino a salire su un aereo per venire a lavorare in una Internet company in Italia né a quanti taiwanesi laureati con Master in USA si stiano facendo ponti d’oro per un immediato trasferimento nella patria di Dante. Quello che Daniel Cohen diceva sui new workers, disposti a sacrificare tempo libero, interessi personali e vita sociale per sgobbare 70 ore a settimana dentro una Net Company che magari li assumeva (quando andava bene) come addetti alle vendite, suona oggi come una previsione rimasta del tutto inascoltata: “Il problema – diceva parafrasando Rifkin – non è la fine del lavoro. Il problema è il lavoro senza fine.”

E a ben vedere non era nemmeno così, visto che oggi anche il riposizionamento nel mondo del lavoro dei 100 mobilizzati da Virgilio, dei 10 scaricati da Lycos o di 23 abbandonati al loro destino da Freedomland sembra essere un problema serio.

In molti oggi paragonano la condizione lavorativa dei forzati della new economy a quella degli operai dei tempi della rivoluzione industriale. Eppure senza scomodare il Germinal di Zola o senza tracciare paralleli improbabili fra le storie della frontiera americana e la corsa all’oro del lavoro sul web, forse sarebbe sufficiente citare un passo di un grande filosofo del secolo scorso per aggiungere un punto di vista utile alla comprensione dei fenomeni in atto.

Scriveva Bertrand Russell nel 1935: “La cultura ci suggerisce svaghi diversi dal tormentare il nostro prossimo e mezzi diversi dalla prepotenza per affermare la nostra personalità”. Deve far pensare, che una minima soluzione ai gravi problemi degli schiavi della nuova economia la si possa rintracciare dentro un libretto intitolato, non casualmente, “Elogio dell’ozio”.

Massimo Mantellini

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03 03 2002
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