Contrappunti/ Rete e politica, diamo i numeri?

di M. Mantellini - Quando si arriva a censire il Web non c'è mai un numero che vada d'accordo con un altro. Eppure il segno di Internet e della tecnologia si distingue chiaramente nella politica contemporanea
di M. Mantellini - Quando si arriva a censire il Web non c'è mai un numero che vada d'accordo con un altro. Eppure il segno di Internet e della tecnologia si distingue chiaramente nella politica contemporanea

Il fatto è che i numeri non sono per nulla chiari. Figuriamoci la loro eventuale interpretazione. Un recente studio Nexplora/Microsoft presentato alcune settimane fa ci racconta che dopo la televisione (47 per cento) il web è l’ambito maggiormente frequentato (20 per cento) per informarsi sulla politica e sul resto, superando la stampa (17 per cento).

Quasi contemporaneamente il Censis ha diffuso i dati relativi agli strumenti attraverso cui gli elettori hanno formato il proprio parere elettorale per le amministrative e le europee di questo giugno. I numeri sono molto netti e abbastanza impressionanti: dicono che il 69,3 per cento degli elettori si è creato il proprio convincimento elettorale seguendo i TG televisivi. Questa percentuale cresce fra i pensionati (78 per cento) i meno istruiti (76) e le casalinghe (74 per cento). Dopo lo strapotere dei telegiornali troviamo i talk show televisivi che trattano di politica (30,6 per cento), mentre la carta stampata si ferma al 25,4 e Internet raccoglie un quasi incredibile 2,3 per cento.

I numeri non ci aiutano insomma.

Abbiamo assistito ad un recente, travolgente risultato elettorale di Debora Serracchiani , che ha raccattato quasi la metà di tutti i voti del PD della sua regione alle elezioni europee, battendo numericamente anche Silvio Berlusconi, per merito di un breve video circolato sui blog e sui social network (e quasi da nessuna altra parte), e il Censis ci racconta che solo il 2 per cento degli elettori si informa in Rete. Pur nella singolarità del caso insomma i conti sembrano non tornare.

Giovanni Valentini nella sua solita bella rubrica di comunicazione su Repubblica “Il sabato del villaggio” citava ieri una altrettanto bella frase di Manlio Cammarata: “Il potere ha bisogno della televisione, perché essa stessa è il potere”. Questa è certamente una, se non la più importante chiave di lettura. Non solo la televisione mantiene intatta una evidente capacità di controllo sui contenuti “emessi” ma anzi, nel tempo, sembra incrementare questa forma di circuizione mediatica. Quasi nulla di quello che raggiunge le “patate da divano” che seguono TG e talk show di prima e seconda serata è ormai autentico o casuale. Si è creata negli anni una vera e propria grammatica della visibilità alla quale tutti gli attori in campo partecipano, tutti tranne lo spettatore ovviamente che nella stragrande maggioranza dei casi resta rilassato nella sua funzione di immobile e consenziente bersaglio.

E per gli strateghi della comunicazione politica i numeri bulgari del Censis raccontano una sola cosa: che la TV continua ad essere l’unica arena possibile nella quale valga la pena combattere, l’unica variabile obbligatoria per un futuro di grandi successi elettorali, mediati non tanto dalle idee esposte quanto dalla capacità di padroneggiare le tecniche di comunicazione. La sofisticazione insomma come ingrediente indispensabile e sommessamente accettato da tutti.

Bene, non c’è nulla di più retroguardia di questo. Credere al futuro perdurare della supremazia televisiva è comodo e per molti versi confortante ma è come decidere di rinunciare all’orizzonte calandosi la visiera del cappellino davanti agli occhi.

E non si tratta nemmeno di rovesciare sul tavolo la solita teoria di luoghi comuni positivi su come la rete rivoluzionerà il mondo. Il caso Serracchiani è un esempio forse non adattissimo, forse anche complicato da una serie di variabili interne al PD che poco hanno a che fare con le tecniche di comunicazione, ma comunque da considerare. Lo scivolamento del lettore verso la rete invece non è discutibile, le cattive acque dei quotidiani cartacei non lo sono, le nuove sintesi fra contenuti diversi alle quali ormai tutti accediamo con normalità su Internet nemmeno.

Il “google juice” dei palinsesti TV è l’unica microscopica parte del tempo televisivo che è oggi interessante per milioni di persone, il concetto stesso di qualità e di audience si va polverizzando in mille rivoli, la rete consente mix fra media ed informazioni differenti che rendono l’ambiente informativo maggiormente attraente il cui padroneggiamento è ormai uscito dalla competenza limitata agli esperti delle nuove tecnologie. Basti pensare al newsfeed di Facebook che propone in maniera incidentale a milioni di italiani frammenti di notizie, video e articoli che fino a ieri solo i più curiosi decidevano di cercare in rete.

Lasciamo stare Obama ed i noti successi delle sue strategie mediatiche e concentriamoci sulla miriade di canali comunicativi che oggi saltano la TV nella creazione di una conoscenza condivisa fra le persone. E per esempio pensiamo anche solo un attimo a cosa sta accadendo in Iran in queste ore. Da prima delle elezioni a Tehran non è più possibile inviare SMS. Dalle ore immediatamente successive alla contestata proclamazione dei risultati elettorali le reti mobili dei vari operatori sono state spente, Facebook non è più raggiungibile. Ma la TV di stato – chissà come mai – continua a funzionare a meraviglia.

Massimo Mantellini
Manteblog

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