Contrappunti/ Sulla via del crack

di M. Mantellini. Intorno a noi, con la scusa di Internet e delle sue possibilità, si stendono legami che esulano dalla nostra volontà; che spesso, se solo ce ne fosse la possibilità, molti di noi rifiuterebbero completamente


Roma – Sono passati ormai alcuni anni da quando Scott McNealy affermò pubblicamente che era il caso di rassegnarsi perchè in rete la privacy era già allora pari a zero. Oggi siamo forse in una situazione ancora più estrema nella quale, non solo la nostra presenza online è tracciabile da quanti siano desiderosi di raccogliere dati sulle nostre preferenze e sui nostri spostamenti sul web, ma il valore stesso della comunicazione, quello che rende Internet uno strumento ormai insostituibile, viene usato contro di noi, indipendentemente dalla nostra volontà.

Pensate a tutto il capitolo ampio e in espansione del software spyware di cui abbiamo anche recentemente, estesamente parlato : vi viene in mente qualcosa di più invasivo? Piccole righe di codice che utilizzano la connettività che noi stessi paghiamo, la macchina di nostra proprietà e software da noi installati, per comunicare dati a soggetti a noi estranei, al di fuori del nostro controllo, spesso senza che sia possibile conoscerne perfino la natura. Non esistono scuse né buone ragioni perchè
comportamenti del genere siano consentiti. Oppure pensate ai sempre più invasivi meccanismi di autoupdate che i programmi che scarichiamo da Internet o che acquistiamo regolarmente ci impongono. Piccole porte verso opzioni che non abbiamo chiesto e che spessissimo non sono eliminabili o che altrettanto di frequente sopravvivono ai nostri tentativi di rimozione.

Intorno a noi, con la scusa di Internet e delle sue mille opzioni di comunicazione, si continuano a stendere legami che esulano dalla nostra volontà, collegamenti che spesso, se solo ce ne fosse la possibilità, molti di noi rifiuterebbero completamente. Si tratta di un gioco che è tanto più deprecabile quanto più sottinteso o lasciato al controllo minimo solo degli utenti più smaliziati. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti utenti di Babylon , traduttore multilingue efficace e di grande successo, sappiano della presenza al suo interno di cd_load.exe, piccola utility spyware che il software israeliano installa, “ufficialmente” per consentire l’organizzazione di nuovi banner sul nostro PC. Sono convinto che solo una minima parte delle migliaia di utilizzatori di Babylon sappia che qualcosa avviene attraverso quell’eseguibile fra il proprio PC e un server dall’altra parte del mondo ogni volta che si collegano alla rete. Mi meraviglierei se il numero di quanti conoscono l’esistenza di questa utility nascosta fosse più del 10% del totale.

Il controllo sulle nostre macchine da parte di soggetti senza alcun titolo per farlo diventa ogni giorno più ampio e invasivo. Adducendo come motivazione la necessità di contrastare la pirateria, l’industria del libro elettronico sta, per esempio, da qualche tempo tentando di imporre meccanismi di registrazione ampi e limitativi della libertà individuale degli utenti (più teorici che altro, dato lo scarso successo del libro elettronico in tutto il mondo) degli ebook: sia Adobe che Microsoft, con le loro rispettive piattaforme, costringono oggi il lettore a legare l’acquisto di un libro in formato elettronico ad una sola macchina (o due al massimo) alla comunicazione di una miriade di informazioni personali, alla limitazione perfino talvolta delle opzioni di stampa. Il risultato di tali sforzi sfiora il ridicolo: sarebbe come se entrando in libreria a ciascuno di noi si chiedesse, per l’acquisto di un volume, la firma di un impegno a non farlo uscire da casa nostra e la compilazione di un lungo modulo contenente dati personali ed altre amenità. Ma la pirateria incalza e per l’industria multimediale opzioni del genere che travolgono il normale rapporto fiduciario cliente-fornitore sono evidentemente considerate accettabili.

Si è molto discusso in questi giorni dei meccanismi di protezione ideati da Microsoft per la propria suite Office XP e per il prossimo sistema operativo Windows XP. Se davvero, come sembra, si sceglierà di obbligare gli utenti ad una registrazione online (o in subordine per via telefonica) del prossimo sistema operativo della casa di Redmond, da un lato si decreterà definitivamente la centralità di Internet e dall’altro si compierà un altro passo verso l’utilizzo delle nostre connessioni da parte di soggetti a noi estranei. Windows XP utilizzerà infatti il cosiddetto WPA “Windows Product Activation system” che sostanzialmente trasforma la registrazione del software da anonima (l’immissione di un codice contenuto nella scatola che abbiamo comprato) a trasparente per MS stessa, poichè legata al rilascio di un ID number dipendente dalla configurazione hardware della macchina sul quale il software è stato installato. La cattiva notizia per i prossimi utilizzatori di XP è che essi non potranno più reinstallare il sistema operativo (che hanno acquistato regolarmente) quante volte vorranno o su PC differenti come è accaduto fino ad ora: perfino sulla stessa macchina il sistema di protezione consentirà solo modifiche parziali della configurazione hardware (fino a quattro componenti).

Da un punto di vista puramente semantico le FAQ del sistema di protezione MS utilizzano terminologie molto simili a quelle che leggiamo nelle specifiche di molti software spyware o di molte opzioni di autoupdate, quando molto vigorosamente si afferma che la procedura è anonima, che nessun dato personale verrà raccolto, che nessuno scanning dell’hard disk verrà effettuato e nessuna caratteristica dell’hardware e dei software installati verrà comunicata alla casa madre.


Oggi la domanda centrale è: queste rassicurazioni sono sufficienti? Può la guerra contro la pirateria informatica ridurre ogni giorno ulteriormente gli spazi di utilizzo di chi acquista i software regolarmente e a caro prezzo? E ancora: gli utenti devono davvero sempre di più “concedere” la propria connessione alla rete per il perfezionamento di pratiche o l’invio di dati che non hanno richiesto e che invece vengono loro imposti quando non addirittura effettuati a loro insaputa?

Siamo avvolti da fili invisibili, stesi da soggetti che spesso non conosciamo neppure, che, con frequenza sempre maggiore, pretendono di connettersi a noi. Le ragioni di tale gentile interessamento sono spesso aleatorie, qualche volta giustificabili, altre volte palesemente strumentali. E ‘ un fenomeno che sta assumendo le dimensioni di una vera e propria invasione e che per effetto paradossale rende in qualche misura giustificabile il comportamento di chi a tale situazione si oppone. Non saremo noi a tessere le lodi di chi, per esempio, ha recentemente craccato le difese dell’ultima beta di Windows XP, invalidandone le procedure di attivazione online. Ci piacerebbe anzi sottolineare sempre più spesso l’iniquità di questi comportamenti. E tuttavia, sul fronte opposto, corre anche l’obbligo di sottolineare la necessità di un mercato che resti rispettoso dei diritti del consumatore, che non si prenda gioco di lui, che non utilizzi la tecnologia per ingannarlo. Specie in un mondo in cui la tecnologia è “tutto”.

Il coprifuoco che l’industria del software sta imponendo per arginare le proprie emorragie di cassa, causate dalla pirateria e dalla violazione del copyright, non è “la soluzione”. Tale atteggiamento contribuisce solo ad aumentare la distanza fra chi il software produce e chi lo acquista, dando ogni giorno maggior vigore all’open source ed alla schiera di quanti oggi sostengono che, semplicemente, gli attuali meccanismi commerciali di distribuzione dei prodotti creativi in rete e la rete stessa siano scarsamente compatibili. E ‘ una strada che decuplica il numero di utilizzatori di programmi abusivi e craccati e che crea la medesima presa di distanza che le violente lotte anti mp3 scatenate delle multinazionali della musica hanno indotto nei fruitori di musica su cd in tutto il mondo.

Se è questo che si vuole, siamo nella giusta direzione.

Massimo Mantellini

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  • Anonimo scrive:
    Anche la Pubblicita', non richiesta, sul cellulare
    Ho ricevuto un logo operatore non richiesto, sul mio cellulare.Chiaramente e' difficilissimo sapere chi lo ha mandato, forse la magistratura ma chi se la sente di fare una denuncia?Il logo che ho ricevuto sul mio cellulare e' quello della community-c.com che poi si traduce nello spot publicitario della Renoult.Piu' invasiva di cosi', la pubblicita' non puo' essere. Altro che banners!!!!Alessandro D'Arpini
  • Anonimo scrive:
    Come si fa la pubblicità sul web? (lungo)
    Io mi sono fatto una mia idea.Il consumatore guarda la pubblicità quando questa è immediata e fornisce un servizio. Se vedo un banner che mi dice che c'è uno sconto sull'auto che voglio comprare, ci sono ottime possibilità che clicchi (e sono un cliente possibile), mentre se un banner lampeggiante dice "gratis", clicco se sono alle prime armi o se ho tempo da perdere.Per parecchio tempo si è badato soprattutto alla percentuale di click, come se questa fosse significativa, senza pesare il ritorno finale. Il click sul banner "Gratis" conta meno di zero se dall'altra parte trovo un servizio che non mi interessa. L'animazione con la scimmietta e la freccia che si muove con scritto "clicca per vincere 5 dollari", produce un sacco di traffico, ma ti fa arrivare soprattutto i morti di fame che vogliono i 5 dollari, piuttosto che quelli che i soldi ce li hanno e vogliono comprare.Questo semplice concetto lo conoscono tutti quando si tratta di pubblicità televisiva, dove non esiste nessun click possibile. Fai vedere la pubblicità dove illustri il prodotto e misuri l'aumento delle vendite.Come mai invece questo non sembra valido per il web? E' come se un negozio mettesse in vetrina un cartello enorme (che copre gli articoli) che dice "gratis" e non spiegasse cosa vende. Magari incrementerebbe il traffico di clienti, ma la maggior parte uscirebbero senza comprare nulla e alla fine quel negozio si sarebbe fatto una brutta fama.Io dico: va bene i banner, ma usiamoli con la stessa logica della pubblicità televisiva. Fai vedere il prodotto e spiega perchè e meglio. 3 frame sono sufficenti per questo: 1 prodotto, 2 spiegazione (e magari prezzo), 3 sito.Poi se mi mandi sul tuo sito è solo per avere informazioni aggiuntive oppure per comprare quel prodotto lì, come se avessi visto la pubblicità in TV e avessi quindi deciso di venire nel tuo negozio.Non è importante che il banner sia gigantesco, ma solo che sia interessante (nel senso che presenti un articolo interessante). Oppure si potrebbe utilizzare il web come palestra per sperimentare forme pubblicitarie nuove, come la pubblicità comparativa, che fino ad ora sembra essere un tabù per tutti tranne che per Tele2.Mi sembra ovvio, possibile che sia così difficile da capire?La verità è che la pubblicità la vendono le agenzie, che guadagnano su esposizioni e click, ma non sulle vendite dei prodotti. Quindi spingono soprattutto banner che producono click (e quindi reddito per loro) anche a scapito dei contenuti.La povera azienda si deve fidare dell'agenzia, e quando scopre che il banner costa un sacco di soldi in esposizioni e click, ma i visitatori non comprano niente, si arrabbia. A questo punto alle agenzie non sembra vero poter ridirigere il cliente sui canali pubblicitari standard, che conoscono meglio e sui quali magari lucrano di più.E questi sono i miei 2 centesimi di euro sulla questione.
  • Anonimo scrive:
    se vogliono far scappare gli utenti...
    basta che continuino con questa tendenza.a meno di non avere un browser come mozilla o galeon, che ti permettono di filtrare i banner (ci sono altri modi per farlo, cmq questa è una delle possibilità) ed impedire la comparsa di finestre popup, la gente che incappa in un sito troppo zeppo di banner, con molta probabilità non ci tornerà più.
  • Anonimo scrive:
    Pubblicità
    La differenza fra internet e la tv in futuro credo sarà una questione di telecomandi e tastiereNella tv la pubblicità a tuttoschermo funziona, i banner se cos'ì li possiamo chiamare, simili a quelli che appaiono durante le partite di calcio con il richiamo sonoro, fuonzionano meno.Allo stesso modo il televideo delle varie tv, che se permettete è ancora lo strumento migliore per leggere le news senza pagare un cacchio seduti in poltrona, si presta poco alla pubblicità.Da qui io arrivo solo alla conclusione che le Tv continueranno ad esistere e sostituiranno forse il televideo con un qualcosa di interattivo in stile internet navigabile con il telecomando.Io sostengo da tempo che un sito che voglia far funzionare la pubblicità debba prendere lo schema dello spot tv a tuttoschermo. Magari inventarsi un sistema che permetta di leggere la news solo e se si visto lo spot magari in macromedia per quei venti secondi. Ma poi per quella cacca di macromedia, ci vogliono altri venti secondi per caricare quando va bene.bha bi bho bhu tanto su internet vincono le televisioni, internet serve per la globalizzazione. Io penso cos'ì, magari uno di quei guru della nuova economia potrebbe dimostrarvi che arrivano gli utenti che cercano solo un'informazione e stanno collegati 5 minuti .... per vedere i numeri dell'otto che si beccano a pagina 590 del televideo a gratis??La rai fa pagare un canone annuo che paragonato ai vari abbonamenti flat ........maremma io preferisco di gran lunga vedere il processo di biscardi e qualche gnocca piuttosto che andare a leggermi un freddo sito ... anche se punto-informatico fa storia a parte e diciamo che vale il prezzo del biglietto:la bolletta .....se non ci fossero 60 mila al mese qualche soldino lo dari anche, magari se l'abbonamento diventa di 200.000 annue qualche soldino in giro lo do più volentieri, HO DECISOOOO mi abbono a stream costa meno e mi diverto di più.ciaoo
  • Anonimo scrive:
    Correggere link
    Come da subject!Però ho notato una cosa:far notare i piccoli errori è un modo di interagire con i redattori.Questo rende PI una testata un pò meno fredda e asettica di altri giornali cartacei.Ma si, che importa !?PI, continua a sbagliare ogni tanto: è il miglior modo di fare community =]Byez Takx
    • Anonimo scrive:
      Re: Correggere link
      Grazie.- Scritto da: Takx
      Come da subject!

      Però ho notato una cosa:
      far notare i piccoli errori è un modo di
      interagire con i redattori.

      Questo rende PI una testata un pò meno
      fredda e asettica di altri giornali
      cartacei.

      Ma si, che importa !?

      PI, continua a sbagliare ogni tanto: è il
      miglior modo di fare community =]

      Byez

      Takx
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