Contrappunti/ Wikipedia santa subito

di M. Mantellini - Le reprimenda benpensanti lasciano il tempo che trovano. Il neo-luddismo strisciante non ha argomenti: Internet, la Rete, sono strumenti insostituibili
di M. Mantellini - Le reprimenda benpensanti lasciano il tempo che trovano. Il neo-luddismo strisciante non ha argomenti: Internet, la Rete, sono strumenti insostituibili

Si stava meglio quando si stava peggio. Qualche giorno fa il famoso sociologo Zygmunt Bauman ci ha ammoniti per l’ennesima volta, dal palco del Festival Letteratura di Mantova, sui rischi legati alle nostre vite in Rete: “Finché Facebook non è stato creato nessuno aveva il bisogno di spendere tre ore per sapere che cosa stanno facendo i suoi amici”. Che sarebbe un po’ come dire che fino a quando non è stata creata la TV nessuno sentiva il bisogno di associare le parole di Radio Londra alla faccia dello speaker. Proseguiamo.

Si stava meglio quando si stava peggio: per esempio quando Google non aveva arricchito la propria offerta di ricerca con l’opzione suggerimenti: Bettina Wulff, moglie dell’ex presidente tedesco (dimessosi per alcune faccende di interesse privato) ha fatto causa al motore di Mountain View perché, quando si digita il suo nome su Google, fra i primi suggerimenti c’è quello della ricerca “Bettina escort”, associazione che la bella signora trova piuttosto disturbante. Colpa di Google? Un po’ sì e un po’ no, l’origine dell’associazione sono alcuni giornali di gossip tedeschi che, qualche tempo fa, sparsero in giro la falsa notizia che oggi molti navigatori cercano in Rete (da qui la presenza del suggerimento nell’elenco di Google). Bettina Wulff è evidentemente poco interessata al valore semantico diffuso dei suggerimenti di Google, si occupa della sua reputazione come farebbero molti altri al suo posto.

Si stava meglio quando si stava peggio, così, a proposito di micro e macro analisi quanche giorno fa Philip Roth, probabilmente il più grande scrittore vivente, ha spedito una lunga lettera aperta a Wikipedia dalle pagine del New Yorker . La sostanza del J’accuse è che Wikipedia non fa il suo lavoro, visto che quando un emissario di Roth ha tentato di modificare una voce dell’enciclopedia che riguardava un romanzo dello scrittore, allo scopo di correggere una notizia falsa, gli è stato risposto che una sola campana non era sufficiente; per modificare la voce c’era bisogno di una seconda fonte. Roth nella sua lunga missiva (che ha un valore letterario in quanto svela per la prima volta chi fosse l’ispiratore del romanzo) ignora volutamente il fatto che il doppio controllo nella logica macro di Wikipedia è una garanzia per i lettori (mentre in quella micro del caso specifico è semplicemente una cretinata dell’editor di Wikipedia, visto che l’autore ha evidentemente un titolo speciale per affermare quali siano le fonti del suo stesso lavoro). Nel lungo dibattito che ne è seguito in pochissimi si sono soffermati sul fatto che dopo pochi minuti dalla pubblicazione della lettera di Roth la voce Wikipedia del romanzo “La macchia umana”, oggetto della discussione, era online, aggiornata e a disposizione di tutti con le nuove informazioni offerte dalla scrittore al New Yorker . Tuttavia per Roth è molto evidente che si stava meglio quando si stava peggio, quando le informazioni erano solide come la roccia e viaggiavano false e intonse per decenni prima che qualcuno le scoprisse e le modificasse.

Il punto è che non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. Così come non è vero che l’ambiente sociale e culturale mediato da Internet sia per forza di cose sano e indenne da rischi. Se da un lato è molto facile puntare il dito contro la stupidità semantica di Google o contro le molte voci sbagliate di Wikipedia (fate meglio voi se ne siete capaci), dall’altro è contemporaneamente evidente che non possiamo accettare come logico e naturale questo continuo avvicinare ed allontanare la lente di ingrandimento dalla mappa. Non possiamo accettare il sillogismo spesso interessato di chi utilizza il caso singolo per trarne una norma generale. Il sociologo ultraottantenne che annuncia alla sua vasta platea che lui ha “cercato su Google e sono usciti 943 milioni di pagine, anche se la maggior parte delle risposte non c’entrava niente” si applica ad una tautologia da Bar Sport che non solo non gli fa onore ma che non è utile a nessuno. Mentre lo fa rifiuta di indagare il tema centrale che risiede inesplorato dietro quella frase: cosa succede alle nostre vite quando milioni di persone in tutto il mondo iniziano ad utilizzare improvvisamente e tutti assieme i motori di ricerca o gli ambiti sociali di rete per informarsi, stringere relazioni, incontrare altre persone? Come possiamo fare per migliorare questi ambienti di conoscenza e condivisione ormai ineluttabilmente mutati, possibilmente rifuggendo dalla scorciatoia naturale del rimpianto?

Nell’ottica micro ed ininfluente di Bauman di Roth e perfino della Signora Wulff, il singolo evento si presta a diventare giudizio generale. Ma se il primo è spesso plausibile e ragionevole, ed è in grado di sollecitare i sì convinti della platea più vasta, il passaggio successivo, il cambio di visuale dalla lente di ingrandimento dalla navicella in orbita intorno al pianeta, quasi sempre cambia le carte in tavola: per lo meno per le persone non troppo strenuamente avvinghiate ai propri pregiudizi. Si stava meglio quando Google non c’era? No, si stava peggio. Si stava meglio quando potevamo consultare solo prestigiose enciclopedie cartacee? No, si stava peggio. Si stava meglio quando non esisteva Facebook? No, si stava peggio. Con tutti i distinguo e le eccezioni possibili, dalla navicella in orbita intorno al pianeta, questa è la visuale macro. Non volete salirci a godervi lo spettacolo? Peccato, spediteci il solito telegramma dal promontorio del vostro scontento.

Massimo Mantellini
Manteblog

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