EMI: il CD? E' morto

EMI: il CD? E' morto

Non usa mezzi termini il chairman e CEO di EMI Alain Levy nel descrivere i grossi cambiamenti che una delle principali major della musica si trova ad affrontare nell'era digitale
Non usa mezzi termini il chairman e CEO di EMI Alain Levy nel descrivere i grossi cambiamenti che una delle principali major della musica si trova ad affrontare nell'era digitale

Londra – Le vendite di CD musicali per i grandi produttori del settore costituiscono il 70 per cento delle vendite, eppure il CD è morto. Lo ha dichiarato a MarketWatch Alain Levy, chairman e CEO di EMI Music , tra i maggiori player internazionali della musica industriale.

“Il CD per come è oggi, è morto” – ha spiegato, sottolineando alla platea del London Business School summit che molto ancora si può fare per infondere nuova vita nel supporto ottico tradizionale in un’epoca in cui comunque sia EMI che le altre major guardano con crescente interesse alle vendite digitali .

“Difficilmente qualcuno regalerà per Natale alla suocera i download effettuati su iTunes. Ma noi abbiamo comunque il compito di essere molto più innovativi nel modo in cui vendiamo contenuti su supporto fisico”. L’innovazione è dunque nel dare al CD un valore aggiunto fatto di materiali e chicche che dovrebbero indurre l’appassionato a preferire questo mezzo di distribuzione, il più remunerativo per le major. “Entro l’inizio dell’anno prossimo – ha spiegato Levy – nessuna delle nostre produzioni sarà distribuita senza materiali addizionali”.

il dirigente EMI Mentre crescono i servizi di download legale , che secondo i fonografici di IFPI hanno ormai raggiunto l’11 per cento delle vendite complessive di musica, EMI ritiene di poter prolungare l’esistenza del CD, un supporto che negli ultimi anni su tutte le principali piazze ha fatto segnare una progressiva contrazione degli acquisti.

A segnare la via delle major musicali, segnala MarketWatch, sono anche i servizi di distribuzione video su Internet, come YouTube , dove si possono trovare facilmente grandi quantità di videoclip musicali. Ed è interessante notare che mentre le major del settore, come Warner, Universal e Sony, hanno tutte firmato accordi con YouTube per trasformare in un business la diffusione dei video in quel contesto, EMI non lo ha fatto . Ciò si deve, ha spiegato Levy, a termini economici “che non erano accettabili” e al fatto che la major teme di perdere il controllo sui propri contenuti. Contenuti che, va da sé, sono già oggi scambiati da milioni di utenti sulle invise piattaforme del peer-to-peer.

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30 10 2006
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