Evvai! TLC italiane modello per l'Europa

di Alessandro Longo - Banda larga e ADSL, unbundling, concorrenza: secondo la UE siamo un modello per l'Europa. Ma è davvero così? A leggere i numeri, il Bel Paese è bloccato e gli utenti possono solo sperare nel domani
di Alessandro Longo - Banda larga e ADSL, unbundling, concorrenza: secondo la UE siamo un modello per l'Europa. Ma è davvero così? A leggere i numeri, il Bel Paese è bloccato e gli utenti possono solo sperare nel domani


Roma – Leggo spesso su forum e newsgroup di utenti che si lamentano per le nostre tariffe, per la nostra copertura ADSL, confrontate con quelle degli altri Paesi d’Europa. Punto Informatico se n’è occupato anche con un’inchiesta, tempo addietro . Vista la questione irrisolta, sono stato felice, allora, di poter scaricare un documento ufficiale che offre la risposta a molte delle mie e nostre domande.

È l’undicesimo rapporto della Commissione Europea sulle comunicazioni elettroniche, pubblicato il 20 febbraio.
Comprende una ricca comparativa tra i mercati dei diversi Paesi europei ed è un oracolo dalle mille risposte. La verità è però una signora volubile, mostra volti diversi a diversi corteggiatori. Quasi tutti i giornali italiani usciti nei giorni scorsi hanno applaudito ai risultati pubblicati dalla Commissione Europea. Hanno parlato di promozione dell’Italia, perché il nostro mercato è diventato più aperto, la banda larga è cresciuta manco fosse un campo di funghi in una piovosa notte d’autunno.

La stessa Commissione ha presentato l’Italia come modello per l’intera Unione europea. Sarà. Eppure io ho trovato un dato che mi pare preoccupante: l’Italia nel 2005 è diventata il Paese europeo (tra tutti quelli a economia comparabile) dove l’ex monopolista, nella banda larga, ha la quota di mercato più schiacciante. Il 70 per cento delle ADSL sono offerte Telecom-Alice. È vero, ha perso tre punti percentuali rispetto al 2004, il che è considerato già un successo dalla Commissione Europea (secondo cui quindi il nostro mercato “si sta aprendo”). Ma nello stesso periodo Deutsche Telekom ne ha persi 21, smettendo quindi di essere, in Europa Occidentale, l’ex monopolista più potente nella banda larga. Ha ceduto questo infausto primato all’Italia, appunto, che nel 2004 era invece al secondo posto. Per trovare un incumbent più forte di Telecom Italia, nella banda larga, bisogna andare in Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Repubblica Slovacca e Cipro. Ben lontana la Gran Bretagna (29 per cento), la Francia (49 per cento), la Spagna (52 per cento).

Come questa anomalia italiana possa essere un problema per l’utente finale è presto detto. Avere in patria un potere così accentrato sulla banda larga significa lasciare a Telecom la guida dell’innovazione e della crescita della rete.

C’è poco da sorprendersi che Telecom se la prenda comoda con la copertura ADSL, presente in appena 4.000 centrali telefoniche sulle 10.400 che formano la rete nazionale. Certo la colpa è anche dell’orografia del Paese, che non è così facile da coprire quanto l’Esagono (la Francia, come la chiamano i francesi). Ma è anche vero che se Telecom avesse sul collo il fiato della concorrenza, avrebbe un motivo in più per darsi da fare. D’altra parte, se la concorrenza fosse più forte riuscirebbe a impegnarsi meglio nella copertura di aree non raggiunte da ADSL (avrebbe più risorse e migliori prospettive di ritorno). Invece adesso si limita a creare duplicati di infrastrutture, mettendo i propri apparati solo in grosse centrali, dove c’è già l’ADSL di Telecom.

Anche i prezzi soffrono per l’anomalia della concorrenza? Sì, ma adesso la cosa è poco visibile; rischia di esplodere nei prossimi mesi se la situazione non migliorerà. Ho fatto una ricerca, scoprendo che adesso le nostre tariffe ADSL non sono male. Siamo al secondo posto, dopo la Francia (Neuf Telecom offre a 14,90 euro al mese un’ADSL a 2/0,256 Mbps, che in alcune città diventa 20/0,512 Mbps). Nel Regno Unito, un’Adsl a 1 Mbps costa 17,99 sterline (circa 26 euro) con Aol ; in Germania si parte da 26,98 euro al mese per un megabit. Bene, però preferirei un buon megabit a 26 euro piuttosto che i nostri 4 Megabit fasulli venduti a 30-40 euro al mese.

Come mi ha spiegato Aaron McCormack, vice president network products and proposition di BT, “da noi le velocità di picco sono basse rispetto alle vostre, ma sono molto vicine alla realtà, perché altrimenti gli operatori si prendono mazzate dall’autorità di controllo della pubblicità”. Una serietà che al nostro mercato manca.

Tutto sommato, però, all’apparenza le tariffe italiane non sono da buttare via. All’apparenza. Già, perché le tariffe italiane hanno raggiunto livelli decenti da quando è arrivata Alice Flat (19,95 euro al mese). Cioè, i ribassi sono stati guidati dall’ex monopolista, che tra l’altro ha fatto di tutto, per quasi sei mesi, per impedire ai provider di competere con Alice Flat, finché l’Autorità TLC non è intervenuta .

È anomalo, è segno che c’è qualcosa che non va: dovrebbero essere i concorrenti, i new entrants a guidare il ribasso dei prezzi. La conseguenza è che questo ribasso potrebbe essere effimero, perché non è causato dalle dinamiche della concorrenza. Va detto che non tutti i giornali hanno cantato le lodi delle TLC italiane; qualcuno (pochi) ha denunciato il problema. Un pezzo sul Wall Street Journal intitolato “EU Commission criticizes control by telecom giants” mostra l’altra faccia della medaglia; racconta come, a distanza di otto anni dall’inizio della liberalizzazione, gli ex monopolisti facciano ancora il bello e il cattivo tempo in Paesi importanti quali la Germania e l’Italia.

Finanza e Mercati, quotidiano milanese, si spinge anche oltre: “TLC, non è tutt’oro”, titola il 21 febbraio. Si legge, dopo la notizia che il nostro Paese è stato eletto a modello dalla Commissione: “C’è poco da dire, a Telecom Italia bisogna fare tanto di cappello perché mostra di sapersi relazionare con i membri della Commissione europea. Affermare infatti che tutto va bene, di fronte a un incumbent che sulla linea fissa è tacciato, dai concorrenti, di esercitare ancora pratiche distorsive per tentare non solo di difendere, ma di estendere la propria quota, soprattutto sui nuovi servizi, è quanto meno contrastante”. Sottoscrivo appieno. Delle pratiche distorsive, più volte denunciate e bloccate dalla stessa Autorità, qui si è parlato tanto . I numeri, dal canto loro, possono dire tante e diverse cose, tutto sta a come li si interpreta.

La Commissione è contenta che la nostra banda larga sia cresciuta del 382 per cento in due anni, arrivando a 5,846 milioni di linee a ottobre 2005 (il 93 per cento è ADSL). Ma la diffusione della banda larga in Italia è ancora sotto la media europea, 10 per cento degli abitanti contro l’11,45 per cento. Una media calcolata sull’Europa dei 25, beninteso. Tutti i principali Paesi fanno meglio di noi, a partire dalla Spagna (10,52 per cento), persino il Portogallo (10,84 per cento), Estonia (12,06 per cento), per non parlare della Francia (14,77 per cento) e del Regno Unito (14,90 per cento). Non mi sembra proprio una situazione da prendere a modello.

E non è tutto: come sempre, ci si dimentica di dire che il 60 per cento delle nostre ADSL è a consumo (dice un recente rapporto dell’ Osservatorio banda larga ). Alcune delle quali (almeno il 20 per cento), è fisiologico, non sono usate affatto. Altre sono attive senza che l’utente lo sappia o le abbia richieste . È una tipologia di offerta assente all’estero. Se si tiene conto solo delle ADSL degne di questo nome, quelle flat, la carenza italiana diventa eclatante.

La Commissione applaude al nostro unbundling: l’Italia è al secondo posto in Europa, dopo la Germania, per numero di linee di utenti passate del tutto dall’ex monopolista a un operatore concorrente: 1,163 milioni, a ottobre 2005. La Germania è lontana, avendo in unbundling 2,936 milioni di linee; ma ancora più lontane sono Francia (360.768), Spagna (132.416), Regno Unito (61.466), rispetto alle quali quindi l’Italia brilla. Il punto però è che l’unbundling completo (“full”) solo in parte è un successo da ascrivere al mondo della banda larga. Solo circa la metà degli utenti che hanno lasciato Telecom (con il full unbundling) attiva anche l’ADSL dell’operatore alternativo.

Gli altri si accontentano dei servizi voce. La debolezza della concorrenza è proprio nell’ADSL. È significativo quindi che l’Italia non sia un campione di accessi shared access. Lo shared access è una forma di unbundling limitata all’ADSL. È la possibilità di passare a un operatore (Wind, Fastweb, Tiscali) solo per l’ADSL, nelle zone coperte dalla sua rete alternativa (di unbundling), mentre si resta con Telecom per i servizi voce. Lo shared access è insomma l’unbundling focalizzato sull’ADSL e vede l’Italia partire in ritardo rispetto agli altri grandi Paesi: a ottobre 2005 aveva 110.975 linee shared access, contro i 2,513 milioni della Francia, i 228.870 della Spagna. È vero, il Regno Unito e la Germania fanno peggio (49 mila e 5 mila linee shared access). Ma il Regno Unito (come Francia e Spagna) può contare su una più forte presenza di tecnologie alternative all’ADSL (via cavo, su fibra). La Germania invece si rifà, come detto, con un potente full unbundling.


In fin dei conti, allora, l’impalcatura della ADSL alternativa italiana è il bitstream, cioè quelle offerte costruite e personalizzate dagli operatori sulla base della rete di accesso Telecom Italia.

Le linee ADSL bitstream sono 1,168 milioni in Italia. Siamo secondi solo alla Francia (1,740 milioni). Ma a quanto pare non basta per strappare buone quote di mercato all’ex monopolista, perché c’è da considerare la debolezza dello shared access e soprattutto di reti banda larga alternative (via cavo). Il bitstream dovrebbe essere molto più forte per riequilibrare i conti. Anche perché è la stessa struttura della nostra economia a richiederlo. Il tessuto aziendale italiano è retto da piccole e medie imprese, mentre in Germania, Francia e Gran Bretagna le grandi imprese sono numerose. Ecco perché è il bistream, che richiede meno investimenti iniziali rispetto all’unbundling, la modalità principe con cui si può e si deve costruire la concorrenza ADSL in Italia.

Lo dimostra anche un dato curioso, riportato da questo rapporto UE. In Italia, a ottobre 2005, erano 234 gli accordi stretti tra Telecom e altrettanti provider, per il bitstream. In altri Paesi europei al massimo si arriva a 49 accordi (Regno Unito) bitstream. Segno di quanto la concorrenza in Italia sia frastagliata. Potrebbe essere una ricchezza, perché tra i molti nostri piccoli operatori ci sono quelli che hanno visto nascere Internet e sono tuttora pronti a sperimentare strade nuove ( il VoIPex è un esempio ), a variare il panorama delle offerte e dei servizi. Il tutto si tramuta una debolezza del mercato, se i numerosi piccoli operatori sono lasciati in balia della superiore forza di marketing di Telecom Italia. È un rischio se il bitstream non viene sostenuto in modo adeguato da norme e mercato e se, con un passo più lungo della gamba, si dovesse puntare tutto sull’unbundling (cosa che solo pochi operatori, in Italia, si possono permettere di fare).

Al contrario, se il bitstream funziona, permetterà quella scala di investimenti che poi porterà gli operatori gradualmente verso l’unbundling. Già lo dimostrano i casi di Tele2, MC-link, Unidata, partiti da poco con l’unbundling, dopo esseri dipesi per anni dalla rete di Telecom.

Le norme attuali, dopo la recente riforma , spingono verso l’unbundling ma allo stesso tempo danno strumenti migliori al bitstream . Sono quindi promettenti. In Italia però c’è stata una lunga tradizione di norme non cattive ma deboli perché non rispettate a dovere. Situazione che, scrive la Commissione europea in questo rapporto, “può essere in parte spiegata con la mancanza generale di risorse umane, la crescita dei compiti di Agcom e, nel 2005, il rinnovo tardivo del board Agcom”.

Agcom, la nostra Autorità di regolamentazione, soffre di scarsi fondi e di poco personale disponibile, rispetto alle Autorità di altri Paesi. Però la situazione dovrebbe migliorare, con le nuove assunzioni previste (i dipendenti diventeranno 335 nel 2006) e con una nuova struttura dell’Agcom, da febbraio, più attenta ai problemi della Vigilanza e del controllo. Ci sono speranze insomma perché si risolva il problema (la debolezza dell’Agcom) che più di altri ha causato la situazione attuale, dove Telecom ha una forza schiacciante sul mercato e l’ADSL è poco diffusa rispetto a quanto accade negli altri grandi Paesi europei.

Ci sono certo i problemi storici della banda larga italiana a rendere debole la concorrenza (primo fra tutti, l’assenza delle reti via cavo, fiorenti nel Regno Unito). Ma per ripartire è cruciale adesso concentrarsi sulla vigilanza, sul rispetto delle norme. La debolezza dei vigili è stata la causa anche dell’ondata di ADSL attivate a utenti inconsapevoli, adesso denunciata dalle associazioni consumatori . Il che, oltre a essere un danno per i consumatori nell’immediato, lo è anche alla concorrenza (e quindi ai consumatori nel lungo periodo). Le attivazioni fasulle distorcono il mercato, perché lo ingessano a favore di chi, più potente e più scorretto, riesce ad affibbiare il maggior numero di ADSL. Gli utenti così conquistati sono perduti, per un anno, per gli altri operatori.

Alessandro Longo
www.alongo.it

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22 02 2006
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