Faceless, le cam senza volto

Un thriller sci-fi, che ruota attorno al concetto di grande fratello, denuncia l'assoluta inosservanza della legge britannica in merito alla videosorveglianza. A metà tra net-art e cinema di denuncia
Un thriller sci-fi, che ruota attorno al concetto di grande fratello, denuncia l'assoluta inosservanza della legge britannica in merito alla videosorveglianza. A metà tra net-art e cinema di denuncia

Nel 2004, le cam CCTV registrate nel centro di Londra avevano superato i tre milioni . Il progetto FACELESS, segnalato ieri da jaromil su cyber~rights, è iniziato nel 2002 quando la sua autrice, Manu Luksch, ha scoperto una legge del 1998 che le dava il diritto di richiedere qualunque filmato girato da quelle cam che la ritraesse . È cominciata allora una ricerca che continua ancora oggi, fatta di qualche successo, qualche sorpresa e culminata nella realizzazione di un vero e proprio film che racconta una storia che sembra fiction, ma non è.

Al centro della vicenda c’è la stessa Manu, che interpreta una giornalista dell’anno 2055 che un bel giorno scopre di avere una faccia : nel futuro, la preponderante presenza delle cam a circuito chiuso ha annullato il concetto stesso di privacy, e i cittadini sono ormai abituati a vivere senza poter disporre del proprio viso. La scoperta di Manu la condurrà gradualmente verso altre verità, fino a svelare una complessa trama di quella che l’autrice stessa definisce una “fiaba fantascientifica”.

Nella realtà, il film è stato girato aderendo ad un manifesto , scritto sempre da Manu Luksch e pubblicato nel 2004, intitolato The Filmmaker as Symbiont: opportunistic infections of the surveillance apparatus : nel testo si propone l’idea di sfruttare una legge del 1998, nota come Data Protection Act , per ottenere dalle istituzioni relative tutti i filmati che comprendano il soggetto richiedente. Nel testo si legge che, secondo l’autrice, vista la massiccia presenza di camere di sorveglianza, le abituali apparecchiature dei creatori di video sono ormai divenute ridondanti (oltre che proibite).

L’idea è quella di sfruttare le immagini delle cam per creare delle storie, imponendo dei limiti alla manipolazione delle stesse: ad esempio l’audio, che non esiste nei sistemi a circuito chiuso, è vietato, mentre vengono fissate linee guida precise per il rispetto dell’altrui privacy . La particolarità dei video acquisiti è la mancanza di tutte le facce: eccetto quella del richiedente, devono essere tutte oscurate. I video risultanti sono quindi pieni di individui senza tratti riconoscibili, a parte l’abbigliamento, oscurati da un cerchietto o da un quadratino scuro che ne protegge l’anonimato.

Un'immagine dal sito Tra gli aspetti più interessanti della vicenda, tuttavia, c’è la estrema difficoltà incontrata nel procacciarsi il materiale in questi anni: in molti casi le domande non hanno ricevuto alcuna risposta, oppure hanno fatto cascare dalle nuvole gli addetti che avrebbero dovuto conoscere la legge. In alcuni casi sono state richieste somme ingenti per fornire i video , nonostante la legge chiarisca che il contributo massimo debba aggirarsi sulle 10 sterline (quasi 15 euro), giustificato dalla necessità di un grosso lavoro di editing sui video prima di essere consegnati.

Le richieste di Manu mettono in luce la carenza nell’applicazione di una legge importante come il Data Protection Act : “Le mie domande hanno spesso ricevuto risposte inadeguate” spiega alla BBC . La sua conclusione è molto seria: “Ci sono molti aspetti di questa legislazione che vengono chiaramente ignorati ogni giorno – spiega – e come artista cerco di lavorare su queste immagini in modo da porre la questione a chiunque sia coinvolto. Siamo ripresi continuamente, e il Data Protection Act riguarda tutti noi”.

Luca Annunziata

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13 09 2007
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