Fisco, stratagemmi legali dal Web per pagare meno tasse

Chi gestisce un'attività sa bene che la pressione fiscale minimizza i guadagni. Ma è così difficile salvaguardare una fetta dignitosa di quanto si è racimolato con fatica? I giusti consigli degli escapologi possono fare la differenza
Chi gestisce un'attività sa bene che la pressione fiscale minimizza i guadagni. Ma è così difficile salvaguardare una fetta dignitosa di quanto si è racimolato con fatica? I giusti consigli degli escapologi possono fare la differenza

Cominciamo con una piccola premessa, già esplicitata nel titolo. In questo articolo non ci addentreremo nel fosco mondo dei paradisi fiscali e sotterfugi per eludere il Fisco. Per evitare che l’Agenzia delle Entrate eroda eccessivamente gli introiti è necessario gestire oculatamente e in maniera perspicace i propri conti. Tenendosi entro i limiti della legalità, per massimizzare il risparmio a volte si devono compiere salti acrobatici accompagnati da rischi. Il peggiore a cui si può andare incontro per eccesso di azzardo, può comportare anche la perdita della libertà personale. Conoscere già quali passi compiere e prestare l’opportuna attenzione è quindi fondamentale.

Come gestire in modo oculato i propri conti
Come detto, per aggirare l’ostacolo è necessario intraprendere strade alternative pur nel rispetto delle leggi. Le regole di base sono: conoscere bene la materia ; conoscere bene i limiti ; evitare di addentrarsi in territori illeciti ; essere molto scaltri .
Per questo la preparazione personale potrebbe non essere sufficiente. La consulenza di un commercialista “con una marcia in più” può fare la differenza. In alcuni casi queste figure vengono definite in maniera dispregiativa ” escapologi fiscali “. Ciò avviene quando il loro operato rasenta l’illegalità (a volte cavalcandola pienamente). Il consiglio è di approfittare dei trucchi del mestiere diffidando da chi offre false promesse mettendo a repentaglio persino la sua e la vostra fedina penale. Ricordiamo che l’ articolo 22 comma 3 del codice deontologico dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili prevede che: “Il professionista deve, tempestivamente, illustrare al cliente, con semplicità e chiarezza, gli elementi essenziali e gli eventuali rischi connessi all’incarico affidatogli”. È inoltre obbligatoria la sottoscrizione di un’assicurazione della responsabilità civile per chi esercita la professione. Non è detto che le tutele proteggano al 100 per cento così come non è escluso che il commercialista per eccesso di zelo (si legga “minor lavoro e meno responsabilità”) possa suggerire la strada più semplice piuttosto che quella più redditizia (seppur più articolata). Quindi valutate bene a chi affidate i conti della vostra attività.

Chi è l’escapologo fiscale?
La figura del cosiddetto “escapologo fiscale” è salita alla ribalta a seguito di recenti casi di cronaca. Tra l’agosto del 2015 e l’aprile 2016 è venuto a galla un dossier fino ad allora strettamente riservato, ribattezzato ” Panama Papers ” contenente i nomi di note aziende di mezzo mondo, ma anche personaggi famosi e politici che illecitamente occultavano i loro guadagni in paradisi fiscali eludendo il fisco. L’agenzia di consulenza legale e fiscale Mossack Fonseca con sede a Panama forniva i giusti consigli a centinaia se non migliaia di soggetti volti a dribblare il fisco pagando (molte) meno tasse .

Scappare all’estero però non è l’unica “arma” usata per evadere il fisco. Nello stesso periodo, Gianluca Massini Rosati è riuscito a ottenere ampia visibilità grazie al suo sito Escapologia Fiscale . È proprio questo ragazzo, classe 1981, ad essere stato ribattezzato dai media il vero “escapologo fiscale” all’italiana. Non è un commercialista e non è nemmeno laureato. Lui stesso si definisce un imprenditore con formazione sul campo. In circa 15 anni di attività si è occupato di “creazione di strategie commerciali internazionali alla gestione di procedure giudiziali/stragiudiziali, dal recruiting agli accordi sindacali, dalla pianificazione fiscale al contenzioso tributario, dalla normale amministrazione fino ad operazioni straordinarie di fusione, cessione, aumento/riduzione di capitale, trasferimento e chi più ne ha, più ne metta”. Ciò che ora insegna nei suoi corsi proviene da quanto ha sperimentato sulla sua pelle.


Il sito del noto “escapologo fiscale” Gianluca Massini Rosati. Con il suo “metodo” promette di dimezzare le tasse

Illeciti più comuni commessi nel tentativo di pagare meno tasse?

Il metodo della testa di legno – Una società che deve cessare l’attività viene trasferita in una zona “off limits”, viene nominato un nuovo amministratore, le quote della società vengono cedute a una “testa di legno” (ovvero un prestanome). A questo punto si trasferisce la società in un paese off shore. Successivamente si cessa l’attività. In questo modo i debiti con tutti i creditori tra cui banche fisco e fornitori rimangono insoluti.

Le finte trasferte – Vengono simulate delle trasferte lavorative (con tanto di creazione di “pezze d’appoggio” fasulle) quando in realtà si tratta a tutti gli effetti di vacanze.

Deduzione illecita di spese – L’imprenditore deduce le spese più improbabili attraverso ricevute di prestazioni occasionali (in alcuni casi scoperti dalla finanza, persino “le escort” sono rientrate tra queste “spese” con diciture false).

Come funziona il sistema delle scatole cinesi
L’illecito che prevede l’impiego di un prestanome, è spesso inserito all’interno di un quadro d’azione dai confini più ampi. In alcuni casi il “disegno” viene adottato per agevolare l’elusione fiscale e disperdere le tracce di operazioni illecite. È il sistema delle “scatole cinesi” che prende il nome dal meccanismo creato in maniera artificiosa che ricorda un po’ anche le matrioske russe. Seppur ampiamente usato per scopi illeciti, non è vietato dalla Legge di riferimento, il D.L. 24 febbraio 1998 n. 58 anche nota come “Legge Draghi” (dal suo ideatore Mario Draghi).
Il suo funzionamento è molto articolato. Un soggetto generico che possiede una quota maggioritaria della società A (esempio il 52 per cento) ordina che la stessa acquisti una quota maggioritaria della società B (esempio il 51 per cento). A questo punto viene ordinato alla società B di acquistare a sua volta una quota di maggioranza della società C arrivando a controllare anche quest’ultima. Tutto ciò è possibile in quanto il soggetto generico pur non possedendo la totalità della società ha potere decisionale (detenendo una prima quota maggioritaria). Il numero di società così controllabili è teoricamente infinito seppur il possesso reale del soggetto generico sia molto minore nei confronti delle società controllate in successione. Questo viene calcolato con la formula 0,52 x 0,51 x 0,50 = 13,5. È questa la percentuale di possesso dell’ultima società da parte del soggetto generico. Una percentuale molto bassa che legittima comunque il potere decisionale. Più la “filiera” si allunga più è difficile ricostruire le operazioni finanziarie e risalire ai responsabili.

Ritorniamo però entro il percorso della legalità. Matteo Viviani de “Le Iene” ha intervistato l’escapologo Rosati chiedendo di dar prova dell’efficacia dei suoi consigli legali per pagare meno tasse facendoli “riconoscere come appropriati” proprio dall’Agenzia delle Entrate. E così è stato. Nel servizio l’esperto ha profuso consigli a una imprenditrice che con il suo compagno gestisce un negozio online di impianti fotovoltaici. È la stessa titolare dell’attività, lamentando di aver pagato il 67 per cento di tasse nel 2015, ad aver chiesto aiuto. L’imprenditrice racconta di aver incassato mezzo milione di euro con un utile ridotto a 50mila euro, al lordo delle tasse. Alla fine dei conti quindi, in cassa sono rimasti meno di 20mila euro.

Ecco i consigli legali dell’escapologo:

Forma Giuridica – Distinguere nettamente la persona fisica dal soggetto giuridico. Passare da ditta individuale a Società a Responsabilità Limitata per approfittare di una gestione fiscale diversa e permettere di dar seguito ai successivi consigli.

Sfruttamento del marchio – Il marchio utilizzato per svolgere l’attività commerciale, correttamente registrato, può essere affittato all’azienda stessa che riconoscerà dei diritti di sfruttamento. Tale operazione consente un risparmio di circa 4mila euro annui.

Trasferte – I rimborsi per trasferte professionali consentono un abbattimento di circa 6.500 euro. È possibile inoltre portare in deduzione un indennizzo giornaliero di trasferta forfetario di 46,48 euro al giorno (circa 3.500 euro).

TFM (trattamento di fine mandato) – Soldi accantonati per quando l’amministratore si dimetterà. Corrisponde a quello che per i dipendenti è il TFR. Circa 2mila euro (rispettando i contratti nazionali e parametri di mercato).

Inquadramento collaboratori – Preferire la “collaborazione professionale” (Partita Iva) di eventuali collaboratori anziché l’inquadramento come dipendente. Circa 3mila euro.

Come si nota, il primo consiglio è volto a differenziare in maniera puntuale l’imprenditore dalla società dando la preferenza alla forma giuridica delle società “a responsabilità limitata”. In tal modo sarà ad esempio possibile affittare il marchio utilizzato per l’attività abbattendo l’importo da tassare a fine anno (la cifra tra l’altro è importante, pari a circa 4mila euro). Come amministratore della società l’imprenditore ha poi diritto a rimborsi per le trasferte (ovviamente gli spostamenti devono essere per motivi professionali) oltre che un indennizzo giornaliero forfetario per la trasferta quantificato in 46,48 euro se all’interno del territorio nazionale e 77,47 euro se la trasferta è all’estero. Questi importi sono deducibili per la società ed esentasse per l’imprenditore. A prevederlo è L’ art. 51, comma 5, D.P.R. n. 917/1986 . Anche il trattamento di fine mandato permette di risparmiare ulteriori 2mila euro (ma anche di più, qui vanno rispettati i parametri di mercato e occorre verificare cosa sia previsto dai contratti nazionali). Se gli eventuali collaboratori aprono Partita Iva è inoltre possibile risparmiare ulteriori migliaia di euro (anche 3mila euro per ciascun collaboratore). Nel caso concreto preso in esame, l’azienda è gestita da una coppia ed è prevista una figura “di rappresentanza”. Un inquadramento di questo tipo per la fattispecie risulta di facile applicazione.
Qualora tutti i consigli legali visti sopra fossero stati applicati in maniera pedissequa sarebbe stato possibile pagare 18.500 euro anziché 29 mila euro. Un risparmio superiore al 30 per cento. Non si tratta di stratagemmi straordinari, semplici accortezze per alcuni. Ma nulla è scontato.

Approfittare dell’indennità di trasferta per pagare meno tasse è possibile
A seconda dei casi e di dove viene svolta la trasferta per fini professionali è possibile usufruire di una indennità esentasse. Ecco le specifiche:

Indennizzo integralmente forfetario
Esente fino a:
– 46,48 euro al giorno in Italia,
– 77,47 euro al giorno all’estero.

Sistema misto: indennizzo forfetario con rimborso a piè di lista di vitto o alloggio
Esente fino a:
– 30,99 euro al giorno in Italia,
– 51,65 euro al giorno all’estero.

Sistema misto: indennizzo forfetario con rimborso a piè di lista di vitto e alloggio
Esente fino a:
– 15,49 euro al giorno in Italia,
– 25,82 euro al giorno all’estero.

Sistema analitico: rimborso a piè di lista di vitto, alloggio e spese non documentabili

Spese documentate di vitto e alloggio: totalmente esenti.

Altre spese anche non documentabili, ma analiticamente attestate dal dipendente
Esenti fino a:
– 15,49 euro al giorno in Italia,
– 25,82 euro al giorno all’estero.

Concorrenza fiscale. Pagare le tasse all’estero si può?
Il tema della competizione fiscale è oggi più forte che mai. Con l’apertura delle frontiere, in molti hanno cominciato a confrontare in maniera più pressante la tassazione del vicino. E in moltissimi casi si sono cercati stratagemmi per spostare il domicilio fiscale altrove per pagare meno tasse . Ma non è così semplice. Non esistono norme a livello europeo che stabiliscano come tassare il reddito dei cittadini dell’UE che vivono, lavorano o soggiornano in un Paese diverso dal proprio. Ma esistono parallelamente leggi nazionali che obbligano a pagare le tasse nel Paese in cui si risiede effettivamente (almeno 6 mesi all’anno).

Perché sarebbe eticamente sbagliato pagare le tasse in un altro Paese se non sono rispettati i reali requisiti? Ovviamente perché lo Stato mette a disposizione una serie di servizi fondamentali e strumenti di sostengo che vanno ripagati almeno parzialmente. A prescindere da ciò, nel Paese in cui si ha il domicilio fiscale o nel quale viene percepito tutto o gran parte del reddito, il contribuente ha diritto a:
– Eventuali assegni familiari e deduzioni fiscali per le spese legate all’assistenza ai figli (anche se sostenute in un altro Paese dell’UE);
– Eventuali detrazioni fiscali per gli interessi sui mutui, anche per una casa che si possiede in un altro Paese dell’UE;
– Un’imposizione cumulativa insieme al coniuge, se ciò è previsto dal Paese.

In generale, si è considerati residenti in Italia a fini fiscali qualora sussista uno dei seguenti punti:
– La vostra residenza principale è in Italia (la registrazione di residenza anagrafica nel Comune fa scattare automaticamente l’obbligo di versare l’imposta sul reddito in Italia);
– Trascorrete oltre 183 giorni in Italia durante l’arco dell’ anno;
– Svolgete attività professionali principali pagate in Italia;
– Il vostro centro di interesse economico vitale è in Italia (investimento, commercio).

Nel caso in cui entrino in gioco soggetti giuridici però il gioco si fa un po’ più complesso. Specialmente quando l’attività commerciale riguarda merci (o anche servizi) venduti magari attraverso il canale online. In tal caso aggirare le leggi sembra essere abbastanza facile . Lo hanno fatto e continuano a farlo molte grandi aziende. Solo di recente le cose stanno cambiando. Amazon, Apple, FCA tanto per citarne alcune, pagano le tasse rispettivamente in Lussemburgo, Irlanda, Regno Unito. Google trasferisce buona parte dei suoi utili dall’Iranda all’Olanda e da qui alle Bermuda (paradiso fiscale) riuscendo a minimizzare le spese. Questo “gioco” sta iniziando a incepparsi solo oggi che ogni governo centrale ha capito che ha l’opportunità e il dovere di chiedere a questi “giganti” che le tasse siano effettivamente pagate a loro.
Hanno fatto molto discutere poi le scelte di alcuni Paesi (ad esempio il Lussemburgo, Paese natale del presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker) di stringere l’occhio alle multinazionali promettendo un trattamento fiscale di favore . Per alcuni si tratta di concorrenza sleale per altri di aiuti di Stato. In ogni caso un comportamento molto lontano da una politica comunitaria corretta.
Per gli imprenditori nostrani quindi il modo per pagare almeno parte delle tasse all’estero c’è. Ma ci sono requisiti stringenti. È innanzitutto fondamentale che almeno parte dell’attività sia svolta in territorio estero e che siano rispettati i requisiti per lo spostamento della residenza fiscale.

La tassazione in Italia
La pressione della tassazione in Italia è in media del 43,4 per cento (la media europea è del 39,9 per cento). Una percentuale molto elevata e che in alcuni casi supera di molto la soglia considerata equa. Michele Andriola della Direzione Centrale Accertamento dell’Agenzia delle Entrate conferma che “Il contribuente ha un diritto costituzionalmente garantito per pagare meno tasse possibili rimanendo nella legalità” facendo riferimento all’ Articolo 53 della Costituzione Italiana che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Secondo Confartigianato , se la tassazione in Italia fosse in linea con la media europea, nel 2015 ogni italiano avrebbe risparmiato 946 euro. “Effettuando il confronto con la Germania, si evince come i tedeschi paghino al fisco mediamente 973 euro all’anno meno degli italiani, gli olandesi -1.513 euro, i portoghesi -1.756 euro, gli spagnoli -2.296 euro, i britannici -2.350 euro e gli irlandesi -5.133 euro. Per contro, gli svedesi pagano al fisco 162 euro all’anno in più rispetto agli italiani, gli austriaci 243 euro, i belgi 919 euro e i francesi +1.243 euro”. È evidente che di fronte a così tante tasse, la voglia di “andarsene” sia elevata.


Sono numerosi i Paesi nei quali la pressione fiscale è migliore rispetto alla nostra. La tentazione di migrare i capitali è elevata, ma non è possibile scegliere liberamente dove pagare le tasse. Le normative sono molto rigide ma a volte lasciano margini di interpretazione

Paradisi fiscali, tra sogno e realtà
Abbiamo già accennato ai paradisi fiscali . In questi Paesi la concorrenza fiscale è spietata: entro i loro confini vige infatti una tassazione particolarmente agevolata, neanche lontanamente paragonabile a quella applicata nei Paesi europei. A volte addirittura non si paga nulla. Sono spesso gli stessi governi che realizzano veri e propri pacchetti di migrazione dei capitali dedicati agli imprenditori (o altri soggetti) intenzionati a far espatriare i propri fondi per pagare meno tasse. Quando non entra in gioco il governo, l’opera di “seduzione” viene demandata a società di consulenza legale. I pacchetti comprendono una serie di vantaggi che spaziano dall’assistenza legale, alla garanzia di tassazione ridotta all’osso fino alla sicurezza sulla riservatezza delle transazioni.

Nel 2015, l’Italia ha firmato due decreti ministeriali che modificano le black list sulla “indeducibilità dei costi” e sulle “Controlled Foreign Companies (CFC)”. Queste ultime sono aziende che usufruiscono di un regime di tassazione ridotto a patto che sia dimostrato che l’insediamento all’estero non rappresenti una costruzione artificiosa per conseguire un indebito vantaggio fiscale. Le modifiche dimostrano che a livello internazionale si stanno firmando accordi affinché vi sia collaborazione tra Paesi per evitare il trasferimento di capitali per comodo . Nonostante i progressi, i Paesi disposti a “chiudere un occhio” e a prendersi cura di capitali esteri sarebbero più di 40. Per quanti volessero approfondire il tema e scoprire Paese per Paese si consiglia la lettura di questo articolo .

Rimanere entro i confini comunitari, pagando le tasse fuori dal proprio Stato, è difficile ma non impossibile. Sfruttare i paradisi fiscali è ben al di là delle possibilità di un imprenditore medio. Tecnicamente esistono molte opportunità per farlo, ma con l’evidente rischio di sconfinare nell’illegalità.


La top ten dei paradisi fiscali (o affini)

Antigua – Per acquisire la nazionalità si pagano 250mila euro, oppure si può comprare un immobile di valore superiore ai 400mila euro. Si può beneficiare dell’esonero totale dalle imposte sui redditi generati all’estero.

Barbuda – Vale quanto visto per Antigua.

Regno Unito – Il residente non domiciliato può godere dell’esenzione fiscale sui redditi originati all’estero. Zero tasse anche sul patrimonio tenuto fuori dal Regno Unito, almeno per i primi sette anni di residenza.

Principato di Monaco – Zero tasse per i suoi cittadini.

Andorra – Nessuna tassa sul reddito personale. Le società pagano il 10 per cento sui profitti superiori ai 50mila euro.

Mauritius – Le società pagano un’aliquota attorno al 15 per cento.

Malta – Sistema fiscale molto vantaggioso e nessun problema con le leggi. Esistono infatti accordi europei che fanno sì che Malta non sia in nessuna black list.

Gibilterra – L’Iva non esiste, nessuna tassa sulla vendita di terreni e immobili (i residenti sono però tassati).

Dubai – Nessuna imposta su persone fisiche o redditi, niente Iva, nessun tipo di ritenuta. Pagano solo le grandi aziende petrolifere e vi sono imposizioni doganali.

Isole Cayman – Pochissima burocrazia. Con circa 10 mila euro si può aprire una società anonima.

fonte immagini: 1 , 2

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10 02 2017
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