È arte o è un prompt? La domanda che divide il mondo creativo dal 2022 ha ora un edificio dedicato: Dataland, il primo museo di arte AI, apre il 20 giugno dentro il Grand LA, un edificio progettato da Frank Gehry a Los Angeles. 2.300 metri quadrati. Alimentato dai modelli Gemini di Google. Le opere generate in tempo reale, reagiscono ai visitatori.
Insomma, Google ha preso una posizione nel dibattito… E a quanto pare, è fatta di cemento.
La prima mostra AI: Machine Dreams: Rainforest
La mostra inaugurale è costruita attorno a un modello AI addestrato su un ampio dataset del mondo naturale. Genera 1,2 miliardi di pixel di immagini in tempo reale, non proiezioni statiche o video preregistrati. Le opere reagiscono dinamicamente ai visitatori. Lo spazio produce anche paesaggi sonori, rilevamento emotivo in tempo reale e profumi generati algoritmicamente.
Tutto gira nei data center AI di Google e viene trasmesso in streaming al museo tramite Google Cloud. L’arte è generata a chilometri di distanza dalla tela su cui appare.
Il museo è stato costruito con la collaborazione con Refik Anadol, artista mediatico che lavora con Google dal 2016 ed è diventato il volto più visibile dell’arte AI generativa. Per chi conosce il suo lavoro, le sculture di dati fluide, le installazioni immersive, le pareti di pixel che pulsano, Dataland è la versione permanente delle sue mostre temporanee.
La residenza artistica
Google Arts & Culture finanzia una residenza artistica AI: quattro artisti ricevono 25.000 dollari ciascuno, mentorship dal Refik Anadol Studio e accesso agli strumenti di machine learning di Google. I loro lavori saranno esposti a Dataland e sul sito Google Arts & Culture nel corso dell’anno.
L’arte con l’AI è davvero arte?
Chi dice che l’arte AI non è arte sostiene che se una macchina crea e chiunque può dare il prompt, non c’è abilità, e senza abilità, non c’è arte. Chi la difende risponde che ogni svolta tecnologica, la fotografia, il computer, il sintetizzatore, è stata accolta con lo stesso scetticismo prima di essere accettata come mezzo creativo legittimo.
Google, che investe miliardi nell’infrastruttura AI, non è un osservatore neutrale in questo dibattito. Un museo di arte AI alimentato dai propri modelli Gemini e dai propri data center è marketing. Il fatto che sia dentro un edificio di Frank Gehry aggiunge un livello di legittimazione architettonica che pochi possono permettersi.
Resta una domanda: se l’arte reagisce ai visitatori, genera profumi e rileva le emozioni in tempo reale, ma è generata in un data center a chilometri di distanza, dov’è l’artista? Nel modello? Nei dati di addestramento? Nel prompt? Nel visitatore che la fa reagire? O in Google, che ha costruito l’edificio?