Google e Googleplex visti da Microsoft

Pubblicata in un blog un'email che circola nelle mailing list interne di Microsoft: una prospettiva da insider della vita nel Googleplex

Roma – Prendi un ex impiegato Microsoft, che dopo un’avventura con la sua startup, acquisita da Google, decida di tornare a Redmond, chiedigli di fornire ragguagli riguardo alla sua precedente occupazione e di distribuirli ai colleghi su una mailing list interna. Quello che ne esce è una descrizione sincera e lucida, che qualcuno ha pensato di rendere pubblica su un blog creato per l’occasione, con il dichiarato intento di scatenare uno scandalo.

Una bufala? Una trovata di Microsoft? O di Google? Mary Jo Foley, nel suo blog di ZDNet , sostiene di poter confermare l’esistenza dell’ex dipendente di Google, mentre rimane incerta l’identità di chi ha avviato il blog. Ma poco importa: nella battaglia fra le due superpotenze dell’IT tutto fa brodo, anche le osservazioni pacate come quelle riportate dall’insider, nascoste dietro ad un weblog dal titolo ingannevole, ” just say no to Google “.

Come si svolge la vita dentro al Googleplex ? Nell’email si parla di ragazzi che non hanno vita sociale né incombenze familiari, indotti a tuffarsi nel lavoro dall’ atteggiamento totalizzante di Google, come infieriva già nei mesi scorsi Aaron Swartz . L’azienda ha sedi di lavoro all-inclusive : fornisce vestiti, cibo senza limitazioni, cure mediche specialistiche, divertimenti, servizi di trasporto privati e innumerevoli agevolazioni. Anche in tempi non sospetti c’era chi definiva le sedi di Google un “paese dei balocchi per ingegneri”. Quello di Google è un abbraccio protettivo particolarmente apprezzato dai giovani che provengono dal college, un ambiente dal quale è difficile svincolarsi, in prospettiva di dover provvedere autonomamente a certe incombenze.

Gli impiegati, inoltre, soprattutto i più giovani, tendono a fruttare a Google ben oltre l’orario lavorativo ordinario, di otto ore: trascinati da un’orgogliosa e riconoscente passione, spesso il loro account email è tenuto sotto controllo ventiquattro ore al giorno e il lavoro viene portato avanti anche da casa. Diversa, ma non troppo, la situazione degli impiegati con più esperienza: email solo fino a mezzanotte, minor dipendenza dalle vettovaglie fornite dall’ambiente di lavoro, ma possibilità più concrete di fruire dei benefici offerti dalla cultura aziendale di Google.

Sono infatti solo i più anziani a riuscire ad approfittare del celebre 20% di tempo di lavoro settimanale, riservato ai dipendenti di Google perché sviluppino progetti a cui sono interessati. Progetti che, comunica l’ex dipendente, devono essere tacitamente autorizzati dai superiori, progetti che, in ogni caso, giocano a favore di Google, come è stato per Gmail, AdSense, GoogleNews.

Per quanto la formula all-inclusive possa apparire dispendiosa, l’anonimo si sente di consigliare Microsoft in proposito. Al pari di Google, sarebbe una mossa avveduta propagandare la gratuità di cibi e servizi, e nel contempo contenere gli stipendi : se in un primo momento rischia di verificarsi l’assalto ai buffet e ai divertimenti, l’iperalimentazione e la corsa alla fruizione smodata di servizi è destinata a ridimensionarsi, riportando a livelli di guardia questo capitolo di spesa, mentre i dipendenti continuano a percepire l’innalzamento della qualità della vita, nonostante il risparmio sugli stipendi.

Vale la pena di prendere esempio da Google anche per i suoi “geniali” Tech Stop . Localizzati ad ogni piano di ciascun edificio, gestiscono il materiale informatico, risolvono problemi e sostituiscono macchine malfunzionanti nel giro di poco tempo, senza che l’impiegato debba scervellarsi riguardo a problemi che lo distraggano dal suo lavoro, senza che si debba invischiare in trafile burocratiche: tutti i movimenti del materiale restano tracciati, e a ciascun dipendente è concesso di approfittare del materiale entro ampi limiti.

Per quanto riguarda gli spazi , Google sembra perseguire una strategia di estrema apertura: pochi uffici privati, grandi ambienti condivisi, addirittura, postazioni di lavoro non assegnate. L’ex dipendente di Google, riscontrata una certa confusione e la totale mancanza di privacy, raccomanda a Microsoft di perseguire nella strategia degli uffici privati, pur prendendo esempio da Google nell’uso del colore, pur consentendo ai dipendenti di personalizzare gli uffici a loro piacimento ( qui una bella galleria di Time sul Googleplex visto dall’interno).

Questa raccomandazione trova motivazione anche nel fatto che la libertà degli spazi, in alcune occasioni, si rispecchia nella concezione dell’evolvere della carriera e nel metodo di lavoro. Non esistono infatti persorsi di carriera predefiniti e certi, il sistema meritocratico di Google è accidentale, fatto di passaparola e di complimenti scambiati davanti ai colleghi. Per quanto riguarda, invece, il metodo di lavoro, i dipendenti assegnati ad una divisione possono essere reclutati da manager di altre divisioni. Nell’email circolata in casa Microsoft si allude solamente alla complessità della risoluzione dei problemi e alle incomprensioni che possono scaturire da strutture orizzontali tanto elastiche , ma amministrate mediante gerarchie con pochi vertici rispetto alle ampie basi che devono preoccuparsi di gestire.

Nonostante il titolo provocatorio del blog che ha pubblicato l’email, pare che la vita nel Googleplex non sia poi così male: come confermato da un blogger che vanta esperienze lavorative in entrambe le aziende (e una carriera in corso presso Yahoo!), ogni ambiente di lavoro comporta punti di forza e svantaggi. Sono inoltre in molti su Slashdot a considerare ordinari e addirittura invidiabili gli orari di lavoro di Google, i cui dipendenti possono godere di piscine e pasti deliziosi, circondati da colleghi appassionati e motivati. È lo stesso insider a tracciare un paragone tra la vita lavorativa presso Google e quella degli albori di Microsoft: staff giovane, prospettive di carriera incerte e molta passione. E, ricorda Joe Wilcox, di Microsoft Watch: a quei tempi Microsoft non era forse più dinamica e di successo?

Gaia Bottà

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  • Anonimo scrive:
    Omettere = falsificare?
    "ogni azione volta celare la reale identificazione del chiamante"Ma, ogni azione? ...proprio ogni azione? Sicuro?Questo significa che se io ometto semplicemente il numero del chiamante, ho celato l'identificazione?E negli USA questo è un reato?Allora la mia privacy?:(
    • Cesare scrive:
      Re: Omettere = falsificare?
      Il testo della legge USA dice:--It shall be unlawful for any person within the United States, in connection with any telecommunications service or IP-enabled voice service, to cause any caller identification service to transmit misleading or inaccurate caller identification information, unless such transmission is exempted pursuant to paragraph--Vuol dire che trasmettere il CallerID in modo "ingannevole o inesatto" è contrario alla legge.Per ingannevole può essere un CallerID che inganna il destinatario, per inesatto un CallerID che esprime un numero non veritiero.Non credo che trasmettere invece un CallerID nascosto sia contrario, l'importante è che sia ben chiaro che il mittente ha deciso di non comunicare il suo numero.
  • applet scrive:
    privacy
    trovo giusto.Chi chiama non deve appellarsi alla privacy
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