Google e la favola del Free Software

di P. Tassone - Google si atteggia a supporter dell'open source, ma quando si tratta di aprire il codice delle sue applicazioni chiave, quelle fornite come servizio via Web, fa orecchie da mercante

Parma – Ci sono molte società che si distinguono per il supporto fornito all’open source: alcune “prestando” sviluppatori sul proprio libro paga ai vari progetti, altre rilasciando prodotti sotto licenze aperte tipicamente business-friendly. Il numero di queste aziende è, per fortuna, in continuo aumento. E tra le società che maggiormente hanno supportato e supportano il mondo open è sicuramente da annoverare Google, il cui core business, basato sulla pubblicità online, per essere efficace necessita di strumenti tecnologici all’avanguardia, che devono essere creati dai Migliori con le Migliori tecnologie.

BigG è un’azienda che si è battuta contro OOXML, ricevendo per questo il plauso della comunità internazionale. È un’azienda con migliaia di server web sparsi per il mondo, tutti con sopra sistemi operativi open opportunamente customizzati, tecnologie che si basano su standard veri, che si sono imposte grazie all’uso che ne ha fatto Google (AJAX, presente in GMail, ad esempio, è stata la prima a beneficiare della pubblicità di BigG), assunzione diretta di molti dei principali contributor della scena open mondiale, asilo ideale per tutti i Migliori fuoriusciti da aziende con qualche problema di coerenza.

I Migliori, si è detto, e in cospicuo numero. Se non si trovano, bisogna cercarli: un po’ di ingegno, un Summer of Code, e tutti sono contenti. I progetti open che trovano nuova forza lavoro, gli sviluppatori, pagati profumatamente (specialmente rispetto allo stipendio medio di certe aree del pianeta), Google che identifica i Candidati Ideali.

Insomma, se non è una favola poco ci manca.

Dispiace quasi che una così lieta novella si “rompa” per questioni, maligna qualcuno, prettamente economiche. Il motivo della contesa è presto detto: si chiama Affero GPL, AGPL per gli amici. Una licenza nata per superare alcuni “bug” della GPL, in particolare per chi non distribuisce software ma chi lo eroga in modalità di servizio (SaaS, Software as a Service). In questo caso non c’è distribuzione dei binari, gli obblighi della GPL decadono, con buona pace delle quattro libertà fondamentali di Stallman. Si prende il codice, lo si modifica, le modifiche si tengono ben segrete, e tutti (diciamo quasi tutti…) vissero felici e contenti.

AGPL nasce proprio per risolvere questi problemi, obbligando alla pubblicazione del codice che viene eseguito remotamente. Mmmm, dite che è per questo che Google non permette di ospitare simili progetti su code.google.com?

Chris Di Bona, opensource manager di Google, prima ha nicchiato, invocando un presunto desiderio di non far proliferare troppe licenze, escludendo – ma sarà sicuramente un caso – quella che più poteva dare fastidio all’azienda per cui lavora; poi si è giustificato dicendo che la AGPL non era ancora riconosciuta da OSI (ora lo è, ma la decisione non è cambiata).

L’ultima puntata della telenovela è che l’azienda valuterà come comportarsi in futuro.

L’insegnamento che si potrebbe trarre è che l’Open Source è Buona Cosa se permette di aprire il mercato, di fare soldi (tanti). È un po’ meno buona quando certe sue pretese cozzano con l’interesse delle stesse società che lo promuovono.

Certe favole andrebbero un po’ riviste: personalmente preferisco sempre fare attenzione alla provenienza e alla destinazione dei soldi, molti comportamenti diventano spesso comprensibili e talvolta anche prevedibili.

“Not in my backyard” dicono gli inglesi. Open Source sì, ma non nel mio giardino.

Patrizio Tassone
Direttore editoriale di Linux&C

P.T. è consulente e fondatore della prima società partner di MySQL AB in Italia
Questo commento anticipato su Punto Informatico sarà l’editoriale del numero 64 di Linux&C

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