Google, lo storage di rete è indicizzato

Nuovo allarme sui rischi connessi ai dispositivi di storage connessi alle reti locali, sistemi teoricamente al sicuro ma che in realtà mettono a disposizione di Internet tutta file che sarebbero dovuti rimanere privati
Nuovo allarme sui rischi connessi ai dispositivi di storage connessi alle reti locali, sistemi teoricamente al sicuro ma che in realtà mettono a disposizione di Internet tutta file che sarebbero dovuti rimanere privati

Google indicizza anche i file presenti sulle unità di storage connesse alle reti locali, e la colpa non è di Mountain View quanto piuttosto degli utenti incauti e poco informati sui rischi connessi all’archiviazione di dati che si vorrebbero privati, al riparo da criminali e da occhi indiscreti.

Il nuovo allarme sullo storage disponibile in “cloud” arriva da CSO , che con poche, semplici istruzioni di ricerca ha potuto “scavare” all’interno di HDD, NAS e dischi connessi in rete, accessibili via FTP e non configurati correttamente per tenere fuori dalla porta tutti tranne i legittimi proprietari dei dischi.

Le ricerche di CSO hanno portato all’identificazione di un gran numero di file contenenti dati sensibili e riservati quali password, foto private, diari personali, documenti familiari, email, informazioni relative a passaporti e carte di identità, dichiarazioni dei redditi, dettagli su account finanziari o carte di credito e molto, molto altro.

I casi peggiori di “cloud personale” aperto ai quattro venti coinvolgono secondo CSO sistemi di storage prodotti da Seagate (Personal Cloud, Business NAS), Western Digital (MyCloud), e LaCie (CloudBox). Per ciascuno di questi dispositivi CSO indica i passi necessari a rafforzare la sicurezza, fatto che dovrebbe impedire una volta per tutte ai motori di ricerca pubblici di indicizzare i file privati.

Alfonso Maruccia

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13 04 2015
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