Google, Mediaset e quel risarcimento milionario

di Guido Scorza - O si cancella dalla Rete una delle più rivoluzionarie modalità di condivisione dei contenuti digitali o si lascia che la Rete segua la sua naturale evoluzione

Roma – Non si è ancora sopito il clamore sollevato dalla notizia dell’intenzione della Procura della Repubblica di Milano di trascinare sul banco degli imputati quattro top manager di Google, che Big G torna nell’occhio del ciclone per effetto della richiesta risarcitoria multimilionaria formulata dalla Mediaset.
La tentazione è quella di sintetizzare gli eventi con una battuta: tutti contro Google.

Ma si sbaglierebbe.

Il problema è un altro e concerne l’intera architettura della Rete Internet e, in particolare, il ruolo degli intermediari della comunicazione: di quelli puntualmente “fotografati” dalla vigente disciplina sul commercio elettronico e di quelli che nel 2000 – allorquando si è posto mano a tale direttiva – ancora non esistevano o, almeno, non avevano assunto un ruolo tanto centrale ed irrinunciabile nella diffusione dei contenuti digitali in Rete.

La sottile linea rossa che unisce le due vicende è esattamente questa: la qualificazione giuridica degli UGC e le conseguenti eventuali responsabilità per contenuti che gli intermediari non controllano e che gli utenti immettono in Rete per effetto della loro attività.

Il principio generale sancito dalla disciplina europea a proposito della responsabilità degli intermediari è, come è noto, quello dell’assenza di un obbligo generale di sorveglianza e della conseguente generale non responsabilità degli intermediari.
La ragione per la quale si è pervenuti a tale conclusione è semplice: nessuno sarebbe disponibile a svolgere un’attività imprenditoriale per la quale corresse il rischio di vedersi trascinato sul banco degli imputati per una responsabilità altrui senza, peraltro – complici i numeri e le dinamiche caratteristiche della Rete – aver la concreta possibilità di intervenire sul corso degli eventi.

Il bivio dinanzi al quale ci si trova, pertanto, è chiaro: o si riconosce tale responsabilità e si cancella dalla Rete una delle più caratteristiche e rivoluzionarie modalità di comunicazione e condivisione dei contenuti digitali o la si esclude e si lascia, pertanto, che la Rete segua la sua naturale evoluzione.

Quest’ultima eventualità, peraltro, non comporta come necessaria conseguenza – come spesso si lascia ritenere – la legittimazione nello spazio telematico di ogni genere di violazione in danno della privacy, dei diritti di proprietà intellettuale o, piuttosto, dell’onore e reputazione di una persona.
Escludere la responsabilità degli UGC significa semplicemente scegliere di impegnarsi nella repressione delle condotte vietate concentrandosi sull’attività degli utenti.
Educazione all’utilizzo delle risorse telematiche, identificazione degli responsabili delle condotte online e autodisciplina potrebbero essere le parole chiave di un nuovo e diverso approccio alla tutela dei diritti in Rete.

Ma torniamo al caso Mediaset vs. Google, come dire il colosso di ieri dell’informazione e dell’intrattenimento ed il colosso di oggi e forse di domani.
C’è un aspetto della vicenda – per quel che poco che se ne conosce – che mi lascia perplesso, forse, persino di più dell’azione di responsabilità: si tratta dell’entità della richiesta risarcitoria e delle motivazioni sulle quali essa si fonderebbe.

L’argomento meriterebbe ben maggiore approfondimento ma, mi sembra, sin d’ora possibile delineare un paio di profili di particolare rilievo:

(a) la messa a disposizione del pubblico di contenuti sui quali Mediaset deteneva i diritti d’autore costituisce, probabilmente, una condotta non autorizzata dal titolare dei diritti ma, da qui a sostenere che Mediaset abbia sofferto un danno il passo è lungo.
Chiunque conosca la realtà telematica, infatti, deve escludere che esista qualsivoglia rapporto di concorrenzialità tra la diffusione telematica di qualche minuto di un programma televisivo e la versione integrale dello stesso andata in onda in TV.
Difficile, pertanto, sostenere che Mediaset abbia subito una perdita in termini di raccolta pubblicitaria per effetto della diffusione su Youtube di qualche migliaio di spezzoni dei propri programmi dopo che, peraltro, questi ultimi erano, evidentemente, già stati trasmessi.

(b) Google mette a disposizione dei titolari del diritto una procedura semplice – e credo anche efficace – per la rimozione dei contenuti protetti da diritti di proprietà intellettuale.
È un bell’esempio – forse perfettibile – di deontologia e autodisciplina.
Non sembra che Mediaset abbia mai chiesto a Google di procedere alla rimozione dei filmati di cui oggi contesta la diffusione non autorizzata.

Nel codice civile c’è un bel principio di civiltà giuridica che dice che non ha diritto al risarcimento chi, pur potendo, non ha evitato un danno usando l’ordinaria diligenza. Di più non dico ma… non credo sarebbe stato difficile per Mediaset mandare qualche mail a Google per chiedere la rimozione di alcuni filmati.

Non mi piace francamente l’idea di chi rimane alla finestra ad assistere ad asserite reiterate violazioni dei propri diritti, e poi presenta un conto così salato.

Guido Scorza
www.guidoscorza.it

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  • ZioTano scrive:
    certo...
    ..sarà scandalosamente lento.... pero' 50 euro...chissa se si troveranno su ebay, alla fine costa meno di un telefonino di prima generazione
    • Nemo_bis scrive:
      Re: certo...
      C'è scritto che il costo per gli studenti sarà di 50 , non che questo è il costo reale: la differenza la paga lo Stato, e venderlo spero che sarà illegale.
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