Google: noi non siamo la Baia

Dopo le polemiche seguite il verdetto su The Pirate Bay, Mountain View decide di fare chiarezza. Nel frattempo, in Svezia, i legali dei quattro imputati presentano ricorso contro la sentenza di primo grado
Dopo le polemiche seguite il verdetto su The Pirate Bay, Mountain View decide di fare chiarezza. Nel frattempo, in Svezia, i legali dei quattro imputati presentano ricorso contro la sentenza di primo grado

“Ci sentiamo in dovere di fare alcune precisazioni”. Così esordisce Marco Pancini , european policy counsel di Google, sul blog italiano dell’azienda del search di Mountain View: pochi paragrafi per spiegare in che modo BigG è differente da The Pirate Bay , perché la tesi difensiva sostenuta durante il processo secondo cui i motori di ricerca sono tutti uguali non può reggere. La faccenda non è cosa è indicizzato, ma come.

“La missione di Google è indicizzare e rendere disponibili tutte le informazioni presenti online – spiega Pancini – questo indipendentemente dai formati in cui questi file sono messi online”: non è il formato a costituire la violazione del copyright , ma è cosa si mette online e si condivide il problema. Google, secondo Pancini, “è come un’autostrada sulla quale circolano molte autovetture (i contenuti): Google non può essere considerato responsabile se con una di queste automobili viene commesso un crimine e nemmeno lo è l’automobile di per sé”.

Inoltre, prosegue il rappresentante di Google, “per venire incontro alle esigenze dei titolari di diritti di proprietà intellettuale, Google ha pensato una serie di procedure che permettono di segnalare e rimuovere i contenuti presenti sul proprio motore di ricerca per violazione del copyright”: ci sarebbe insomma una disponibilità di BigG a collaborare con i detentori del copyright , con i vari ContentID di YouTube e altri servizi pensati per il search web, senza considerare la possibilità di tentare di monetizzare quanto su Internet c’è già finito come accade oggi coi video su GoogleTube.

La tesi di Google rispecchia, insomma, i principi di non responsabilità dei fornitori di un servizio : così come un produttore di armi non è colpevole dei crimini commessi con un suo manufatto, allo stesso modo BigG non risponde dell’uso che si fa dei suoi strumenti. Alla presa di posizione netta di Pancini, tuttavia, non crede del tutto Massimo Mantellini : “Google ha oggi una posizione intermedia su queste tematiche e questo Pancini certo non può dirlo – scrive sul suo blog – Da un lato indicizza con ampiezza tutto ciò che trova, tenendo fede alla sua mission aziendale, dall’altra tacita come può i malumori di chi in una simile attività di collegamento delle risorse di rete vede concrete minacce ai propri business”.

“Il motore di Mountain View si fa forte della sua ormai assoluta indispensabilità – conclude Mantellini – e nel contempo qualcosa concede, giocoforza, ai detentori dei diritti”. Difficile, inoltre, non pensare alla direttiva europea sul Commercio Elettronico , più volte invocata anche durante il procedimento contro The Pirate Bay e rigettata nella sentenza (da poco pubblicata anche in inglese grazie all’impegno di IFPI), che sancisce appunto l’estraneità del fornitore di servizio dai reati commessi dai suoi utenti.

Nel verdetto si legge , peraltro, che “mettendo a disposizione un sito con funzionalità di ricerca avanzate e strumenti per l’uploading e il downloading facilitato, e mettendo in contatto l’uno con l’altro i filesharer attraverso il tracker collegato al sito, le operazioni di The Pirate Bay hanno avuto, a giudizio della Corte, effetto di facilitare e di conseguenza aiutare e avallare questi reati (di violazione del diritto d’autore, ndr)”. Sarebbe questa tesi ad aver spinto il collegio giudicante a ritenere colpevoli i quattro imputati di complicità nella violazione del copyright, pur assolvendoli dal reato di diretto concorso nella violazione stessa e mancando ancora un colpevole per il reato in oggetto.

A pesare sono stati soprattutto i banner pubblicitari che avrebbero fruttato qualcosa più di 100mila euro in proventi ai gestori (Sunde e compagni si sono sempre difesi sostenendo che i costi per tenere in piedi la Baia superano di gran lunga quanto intascato con l’advertising), nonché le pagine di raggiro pubblicate sul portale con l’email di reclamo indirizzate agli admin messe alla berlina da commenti salaci.

Oltre ad aver impugnato ufficialmente la sentenza di condanna, a causa di un verdetto giudicato iniquo e soprattutto del presunto conflitto di interessi del magistrato giudicante con il caso trattato, la Baia sembra aver voluto sgombrare il campo anche da future ritorsioni in tal senso: e, non senza una punta di ironia, ha infilato nuovi contatti amministrativi fra i nuovi IP di recente ottenuti dal registro europeo RIPE. “TPB, Stoccolma – Cliente di Danowsky & Partner Advokatbyra KB, Maqs Law Firm Advokatbyra AB e Svenska Antipiratbyran” si legge nella pagina Whois, con tanto di email di ciascuno dei tre soggetti (due studi legali e un’associazione di detentori dei diritti) che si sono contrapposti a TPB nel corso del procedimento giudiziario.

In ogni caso, la sentenza recente di condanna per la Baia e la recente entrata in vigore della legge IPRED sul suolo svedese sembrano aver animato il dibattito sul copyright e la distribuzione dei contenuti via Internet: secondo un sondaggio pubblicato dalla Swedish Performing Rights Society ( STIM ), ma che per stessa ammissione del committente è privo di effettivo valore statistico, la stragrande maggioranza degli interpellati vale a dire l’86,2 per cento sarebbe favorevole alla legalizzazione del P2P tramite un’apposita tassa . Le cifre fatte circolare si aggirano nella forchetta compresa tra 5 e 15 euro, una sorta di tariffa mensile da sommare probabilmente a quanto si paga per navigare: resta da comprendere se questa cifra servirebbe a compensare soltanto i guadagni dei musicisti, o se invece varrebbe per qualsiasi contenuto audio o video veicolato attraverso il file sharing.

Luca Annunziata

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28 04 2009
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