Italia, niente Facebook sul lavoro?

Un altro caso sull'utilizzo del social network sul posto di lavoro. Questa volta, in ballo c'è la pagina in blu sui PC dell'ufficio
Un altro caso sull'utilizzo del social network sul posto di lavoro. Questa volta, in ballo c'è la pagina in blu sui PC dell'ufficio

Se usare Facebook per lamentarsi del proprio lavoro è stata ritenuta causa sufficiente per procedere al licenziamento, ora potrebbe essere in pericolo anche il posto di lavoro di chi semplicemente si connette al social network dall’ufficio.

Il caso si riferisce a cinque dipendenti del Comune di Bertinoro (provincia di Forlì-Cesena) colpiti da avviso di garanzia perché sospettati di aver consultato e aggiornato la propria pagina Facebook e, per questo, soggetti al sequestro dei computer.

L’accusa, avanzata dal sostituto procuratore della Repubblica Filippo Santangelo che ha firmato l’ordine di sequestro dei PC, chiede una condanna per peculato e abuso d’ufficio , mentre la difesa si appella alla protezione della privacy , sostenendo anche una relazione stretta tra le attività professionali e l’uso di Internet . Il nucleo della contesa giudiziaria, dunque, poggia sul “cosa” i dipendenti facessero online e non sul “perché” navigassero. Questo, però, non può essere scoperto, a parere della difesa, senza invadere la privacy dei diretti interessati.

Per scoprire la tipologia delle azioni compiute online, infatti, gli inquirenti hanno copiato il contenuto degli hard disk dei PC, contenenti anche i log degli accessi a Internet. Se le accuse dovessero essere confermate, gli indagati potrebbero essere puniti con una pena fra i tre e i dieci anni di reclusione .

La battaglia legale, che si preannuncia serrata, potrebbe avere delle ricadute importanti su scala nazionale, anche perché il caso in questione include l’accusa di peculato, solitamente difficile da tracciare con esattezza in casi del genere: in sostanza, questa volta, la questione riguarda non le opinioni negative sull’azienda espresse online, ma l’uso generico di Facebook sul posto di lavoro.

Cristina Sciannamblo

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