La lunga notte dei PageRank

I link a pagamento fanno a pezzi la rete, il web ne risente e Google interviene. Calata la mannaia, c'è chi si ribella: BigG vuole stritolare la concorrenza
I link a pagamento fanno a pezzi la rete, il web ne risente e Google interviene. Calata la mannaia, c'è chi si ribella: BigG vuole stritolare la concorrenza

Altro che soap opera. Quella di PageRank è una telenovela bella e buona. Dopo declassamenti , conferme e sospetti , finalmente Google l’ha messo nero su bianco : a Mountain View i link a pagamento non piacciono , quindi si farà piazza pulita.

“Alcuni SEO e webmaster fanno a gara nella pratica di comprare e vendere link per migliorare il proprio PageRank, ignorando la qualità dei link, le fonti e l’impatto a lungo termine sul proprio sito”, si legge in un recente update alle linee guide per i webmaster: “Comprare o vendere link per migliorare il PageRank viola le regole di Google e può influire negativamente sul posizionamento nelle ricerche di un sito”.

Certo, Google vive nel mondo reale e fa delle differenze: che si possa comprare o vendere link è una prassi accettata ed accettabile , purché ciò avvenga per evidenti e palesi scopi pubblicitari. Per renderlo chiaro è fondamentale rispettare una o più condizioni: aggiungere un tag rel=”nofollow” nel link, oppure escludere la pagina che contiene i link da quelle analizzate dai crawler, manipolando il proprio robots.txt .

Ignorare queste regole significa finire nell’inferno dei declassati . Una misura drastica ma necessaria, per evitare che l’indicizzazione delle risorse web – che Google e altri motori di ricerca basano anche sulla quantità e la qualità dei link che ogni sito possiede in entrata e in uscita – venga stravolta da certe pratiche. Per evitare, insomma, che ai primi posti delle ricerche ci finiscano siti scadenti o che non c’entrano nulla con l’argomento.

Ma PayPerPost Izea contrattacca . Il suo CEO Ted Murphy si scaglia contro la decisione di azzerare il PageRank di molti utenti del network di blogger prezzolati sponsorizzati, accusando Google di concorrenza sleale: “Noi (Izea, ndR) offriamo a chiunque una alternativa allettante ad AdSense (…) Al contrario del meccanismo misterioso di AdSense, siamo sempre molto chiari quando si tratta di dare ai blogger la parte di guadagni che spetta loro”. Murphy si spinge anche oltre, pronunciando a chiare lettere la parola censura e invitando tutti a protestare con Google e con i propri rappresentanti al Congresso.

Per opporsi allo strapotere del PageRank e di BigG, Izea ha anche pronta l’arma segreta: si chiama RealRank e secondo i suoi creatori è in grado di descrivere meglio e con maggiore precisione il reale traffico dei blog e l’influenza dei blogger. Una ricetta per combattere la crisi , che rischia di colpire un’azienda come Izea che basa i suoi guadagni sulla presenza nel suo network di weblog di spessore e di blasone.

Di neutralità della rete, sulle pagine di Izea non si parla: parrebbe quasi che sia soltanto Google a doversene preoccupare.

Luca Annunziata

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04 12 2007
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