La rivoluzione Romani

di G. Scorza - Due delibere per regolare le attività di coloro che operano nel settore dei cosiddetti media audiovisivi. All'orizzonte autorizzazioni, burocrazia, rischi. Per un'emittente come per una piccola WebTV

Roma – Nelle scorse settimane l’AGCOM ha pubblicato, ben nascoste nelle pieghe del suo sito che non brilla certo in termini di accessibilità ed usabilità, due distinte delibere con le quali avvia due autonome consultazioni pubbliche su altrettanti schemi di Regolamento che il famigerato Decreto Romani l’aveva delegata ad emanare.

Si tratta della Delibera n. 258/10/CONS relativa alla Consultazione pubblica sullo schema di regolamento concernente la prestazione di servizi di media audiovisivi lineari o radiofonici su altri mezzi di comunicazione elettronica ai sensi dell’art. 21, comma 1-bis, del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici , e della Delibera n. 259/10/CONS relativa alla Consultazione pubblica sullo schema di regolamento in materia di fornitura di servizi di media audiovisivi a richiesta ai sensi dell’articolo 22 bis del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici . I due regolamenti che l’AGCOM varerà all’esito delle consultazioni concernono, dunque, le autorizzazioni che saranno necessarie per svolgere l’attività di fornitore di servizi media lineari ed a richiesta.

Conviene dire subito che gli schemi di regolamento allegati alle delibere, se approvati nell’attuale formulazione, varranno a trasformare davvero la Rete in una grande TV, dando così corpo alle preoccupazioni che hanno accompagnato il travagliato iter normativo attraverso il quale il nostro Parlamento, con il famigerato Decreto Romani , ha dato attuazione alla Direttiva 2007/65/CE a pochi giorni, peraltro, dalla sua abrogazione e sostituzione per effetto del varo della nuova Direttiva 2010/13/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 10 marzo 2010 (direttiva sui servizi di media audiovisivi).

Sul fatto che il nostro Governo sia arrivato a varare un provvedimento tanto importante per il mondo dei media e dell’informazione solo quando ormai era ben noto che la disciplina europea della materia stava per essere nuovamente modificata, si potrebbe scrivere un libro e fare facile ironia ma, la questione, ora, è tanto seria da far apparire preferibile andare oltre.
Prima di passare al merito della questione vale, tuttavia, la pena soffermarsi un attimo su una questione di metodo.
Ogni consultazione pubblica è, ovviamente, da salutare con favore perché costituisce un segno di apertura e rispetto dell’Autorità – quale che essa sia – verso gli interessati, il mercato ed i consumatori. Questo vale, quindi, naturalmente anche per le tre consultazioni da poco avviare dall’AGCOM. L’Autorità, tuttavia, ha autonomamente deciso di tenerle aperte solo per 30 giorni dalla data della pubblicazione in Gazzetta delle relative delibere con la conseguenza che le prime due verranno chiuse il 30 luglio p.v. e la terza – la cui delibera non è stata ancora pubblicata in Gazzetta – realisticamente nella settimana di ferragosto. In tale contesto, non posso esimermi dal rilevare che, forse, consultazioni tanto importanti – se il loro svolgimento fosse stato dettato dalla reale volontà di raccogliere opinioni ed indicazioni da parte dei soggetti interessati e non solo da questioni di natura formale – avrebbero potuto avere una più lunga durata o, almeno, non essere promosse in pieno periodo estivo.
Voltiamo, comunque, pagina e passiamo al merito dei tre provvedimenti.

Con il regolamento concernente la prestazione di servizi di media audiovisivi lineari o radiofonici su altri mezzi di comunicazione elettronica ai sensi dell’art. 21, comma 1-bis, del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, AGCOM dà attuazione nel modo più scontato – e, se mi si perdona il gioco di parole, “lineare” – possibile al precetto attraverso il quale il Decreto Romani ha stabilito l’esigenza di un’autorizzazione per l’esercizio di ogni attività di fornitura di servizi media audiovisivi.
Un ciclone di costi e burocrazia sta per abbattersi sul mondo delle micro-WebTV italiane e la sensazione è che solo poche potranno sopravvivervi.

Secondo il nuovo Regolamento, infatti, chiunque intenda esercitare un’attività di diffusione televisiva in IP streaming, WebTV o trasmissione in streaming tramite rete cellulare, all’indomani dell’entrata in vigore del Regolamento dovrà richiedere all’AGCOM un’apposita autorizzazione, versare 3000 euro ed attendere 60 giorni che l’Autorità valuti la propria richiesta e la approvi, respinga o, piuttosto, chieda chiarimenti.
Alla richiesta di autorizzazione – che sembra proprio dover essere spedita a mezzo raccomandata a/r e su supporto cartaceo – andrà allegato qualche centinaio di grammi di carta ed inchiostro e, precisamente: a) certificato di iscrizione del registro delle imprese relativo al soggetto richiedente, ovvero dichiarazione sostitutiva resa ai sensi del d.P.R. n. 445/2000; b) certificato del casellario giudiziale del legale rappresentante del soggetto richiedente, ovvero dichiarazione sostitutiva resa ai sensi del d.P.R. n. 445/2000; c) certificato antimafia ai sensi dell’articolo 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575 e successive modificazioni, ovvero dichiarazione sostitutiva resa ai sensi del d.P.R. n. 445/2000; d) certificato dei carichi pendenti del soggetto richiedente, ovvero dichiarazione sostitutiva resa ai sensi del d.P.R. n. 445/2000; e) attestazione in originale, ovvero in fotocopia autenticata nelle forme di legge, del versamento del contributo di cui all’art. 6 del presente regolamento anche mediante l’esibizione del C.R.O. (codice riferimento operazione) nel caso di pagamenti effettuati per via telematica; f) la scheda di cui all’allegato 2, relativa al sistema trasmissivo impiegato redatta su carta intestata della società, datata e firmata dal rappresentante legale del richiedente; g) copia del marchio editoriale di trasmissione del programma, riprodotta su carta intestata della società, datata e firmata ai sensi del d.P.R. n. 445/2000 dal rappresentante legale del richiedente; h) dichiarazione, datata e sottoscritta ai sensi del d.P.R. n. 445/2000 dal rappresentante legale, concernente l’indicazione ed il recapito del fornitore di rete che mette a disposizione il mezzo trasmissivo.
Davvero quello che ci vuole per promuovere, nel nostro Paese, l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali e telematiche per lo sviluppo del pluralismo dell’informazione!

E pensare che il Ministro Romani, nel difendere la propria creatura dalle ovvie preoccupazioni degli operatori dell’informazione in Rete, aveva più volte affermato che ottenere l’autorizzazione non sarebbe stato più complicato che comunicare al Comune l’inizio di una qualsiasi attività.
A prescindere dal fatto che quella richiesta per la fornitura di servizi media lineari non è una dichiarazione di inizio attività ma un’autentica richiesta di autorizzazione, è possibile che, tecnicamente, il Ministro avesse ragione ma solo perché in Italia anche una DIA è un’impresa burocratica complessa e defatigante.

Non andrà meglio, d’altro canto, ai fornitori di servizi media a richiesta ovvero ai fornitori di ” un servizio di media audiovisivo… per la visione di programmi al momento scelto dall’utente e su sua richiesta sulla base di un catalogo di programmi selezionati dal fornitore di servizi di media “. Il Regolamento predisposto dall’AGCOM nelle scorse settimane ed oggetto della seconda consultazione pubblica, infatti, prevede che la DIA, cui sarà effettivamente assoggettato l’esercizio di tale attività, debba essere completa della medesima valanga di carta necessaria per l’istanza di autorizzazione di cui si è detto ed accompagnata dalla prova del pagamento degli stessi 3000 euro.

Anche in questo caso non mi sembra, francamente, che si stia andando nell’auspicata direzione di promuovere l’esercizio dei servizi media da parte dei cittadini e della piccola e media impresa italiana. Quanti degli operatori che attualmente operano nel settore saranno scoraggiati dai costi e dall’impatto burocratico della nuova disciplina?

Ma la richiesta di autorizzazione o, piuttosto, la dichiarazione di inizio attività costituisce solo il primo – e non certamente il più oneroso – ostacolo economico, burocratico ed organizzativo da superare per chi, nel 2010, ambisca fare informazione o intrattenimento online attraverso la fornitura di servizi audiovisivi, osando sfidare i giganti di un mercato sin qui oligopolista come quello di mamma TV.
I due schemi di Regolamento predisposti dall’AGCOM per l’esercizio dell’attività di fornitura di servizi media lineari ed a richiesta, infatti, prevedono che i fornitori di tali soggetti debbano conservare per tre mesi copia integrale dei contenuti diffusi al pubblico completa di tutta una serie di informazioni integrative e li assoggettano al rispetto delle stesse regole – introdotte nel nostro Ordinamento dal famigerato decreto Romani – in termini di diritto d’autore, comunicazioni commerciali audiovisive, promozione dell’audiovisivo europeo, tutela dei minori, obbligo di rettifica e, soprattutto, sanzioni. Con l’ovvia conseguenza che, domani, ad una micro-WebTV sbagliare potrebbe costare più o meno quanto oggi costa a mamma RAI, con la differenza però che per la prima il pagamento della sanzione costituirebbe l’ultimo istante di un sogno di impresa o passione mentre per la seconda è poco più che un elemento integrante e, forse, neppure più considerato patologico, del rischio di impresa.

Credo sia abbastanza per dire che ora ci siamo davvero e che tra qualche mese la Rete italiana sarà una grande TV e gli unici in grado di fare informazione ed intrattenimento online saranno proprio i Signori della TV. Che sia frutto del caso o, piuttosto, di un disegno puntuale e riflettuto poco conta: la storia dei media nel nostro Paese sta per essere riscritta a colpi di leggi e regolamenti.
Verrebbe voglia davvero – forse complice il caldo – di trasferirsi in Islanda dove, nelle scorse settimane, la libertà di informazione è stata posta al centro di una delle iniziative legislative più moderne al mondo, ma credo si debba resistere alla tentazione, sopportare il caldo e le tendenze pantelevisive del Palazzo e non perdere l’occasione di rappresentare all’AGCOM le ragioni per le quali con i suoi regolamenti rischia – non so quanto consapevolmente – di attuare il disegno di chi crede che la Rete vada bene solo se trasformata in un’enorme TV.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione
www.guidoscorza.it

La tua email sarà utilizzata per comunicarti se qualcuno risponde al tuo commento e non sarà pubblicato. Dichiari di avere preso visione e di accettare quanto previsto dalla informativa privacy

  • Ubunto scrive:
    Ma a che serve?
    Minori o no, perché la possibilità di finire in brutte situazioni non riguarda solo loro, a che serve un pulsante anti-panico?Ma veramente qualcuno ha l'idea di minori come "candidi agnelli" che non sanno a cosa vanno incontro nell'intrecciare relazioni virtuali?Ok, ci sono dei tragici epiloghi riguardanti rapporti nati in rete, questo non si può mettere in dubbio, ma possiamo dire che tutti i casi di adescamento/persecuzione/esposizione siano dovuti alla presenza di un "lupo cattivo" che attende dietro un albero virtuale il passaggio dei candidi agnellini?Quando si cerca come termine "Jailbait" e si incorre in immagini di minori i situazioni/pose erotiche di cosa stiamo parlando?"Proteggere i minori" temo sia in molti casi la necessità di proteggerli da sè stessi.E come si può ottenere questo risultato?Non sarebbe meglio escludere completamente la presenza di minori su certe piattaforme?
    • shevathas scrive:
      Re: Ma a che serve?
      - Scritto da: Ubunto
      Minori o no, perché la possibilità di finire in
      brutte situazioni non riguarda solo loro, a che
      serve un pulsante
      anti-panico?
      imho è un pulsante inutile.
      Ma veramente qualcuno ha l'idea di minori come
      "candidi agnelli" che non sanno a cosa vanno
      incontro nell'intrecciare relazioni
      virtuali?purtroppo si. e ci sono molti boccaloni convinti che i pedofili possano acchiappare gli agnellini usando mani che si protendono dal monitor e catturano il malcapitato.
      Ok, ci sono dei tragici epiloghi riguardanti
      rapporti nati in rete, questo non si può mettere
      in dubbio, ma possiamo dire che tutti i casi di
      adescamento/persecuzione/esposizione siano dovuti
      alla presenza di un "lupo cattivo" che attende
      dietro un albero virtuale il passaggio dei
      candidi
      agnellini?
      quello che molti si ostinano a non capire è che la rete funziona come il mondo reale e non è un kintergarden dove scorrazzare allegri e giulivi.
      E come si può ottenere questo risultato?
      Non sarebbe meglio escludere completamente la
      presenza di minori su certe
      piattaforme?infatti.
      • Dario scrive:
        Re: Ma a che serve?
        Perdonami...ma a che pro vietare l'acXXXXX ai minori? A parte il fatto che in una piattaforma come Facebook non ci sono motivi in più per allontanare i minori rispetto a quelli per allontanare i maggiorenni...ma se almeno adesso è possibile sapere con certezza l'età di una certa persona...ti rendi conto che, molto probabilmente, inizierebbero a fiorire date di nascita finte e conseguenti problemi per chi contatta queste persone credendole maggiorenni?Saluti,Dario
        • Ubunto scrive:
          Re: Ma a che serve?
          No io parlavo proprio di facebook e tutti i sistemi che espongono direttamente la persona.Facebook serve per "connettere" persone. Identità reali, non nickname anonimi. E' evidente che il rishio è maggiormente elevato in questi casi.Il mio timore è che "i minori" da proteggere siano o diventino l'ennesimo pretesto per introdurre ulteriori sistemi di controllo sulle attività di *tutti* gli utenti. Tanto vale escludere a priori la possibilità che utenti minorenni si iscrivano.Che questo possa sfociare in una moltitudine di account falsi è un problema relativo (nonché la soluzione più vecchia del web).-----------------------------------------------------------Modificato dall' autore il 14 luglio 2010 00.30-----------------------------------------------------------
  • Alberto scrive:
    BOTTONE? Cercasi traduttori veri
    Non ce la fate ad andare oltre il banale calco dell'Inglese?Non sapete forse che "button" si traduce con "pulsante"?Imbarazzante.Lo riporta anche Repubblica :-)
    • nemo230775 scrive:
      Re: BOTTONE? Cercasi traduttori veri
      Tutta solfa per far parlare di se da parte del governo britannico....il tasto per segnalare un abuso ce' sempre stato, stai a vedere che nn era abbastanza chiaro che negli abusi rientrasse anche la pedofilia....Quale sarebbe stata la differenza nel caso della ragazza 17enne? se una e' tanto cretina da fidarsi di un falso profilo e andare alla cieca ad un appuntamento puo avere tutti i pulsanti del mondo....La sicurezza per eventi simili esiste da sempre si chiama educazione da parte dei genitori...e magari un briciolo di partecipazione in quel che fan i figli...amen
    • Funz scrive:
      Re: BOTTONE? Cercasi traduttori veri
      - Scritto da: Alberto
      Non ce la fate ad andare oltre il banale calco
      dell'Inglese?
      Non sapete forse che "button" si traduce con
      "pulsante"?
      Imbarazzante.
      Lo riporta anche Repubblica :-)Ho sempre pigiato bottoni nella vita, e non mi sono mai sentito imbarazzato :pD'altronde si parla di "stanza dei bottoni", e non riferendosi ad una sartoria...
  • Sgabbio scrive:
    quale la maggiore età in UK ?
    19 ? No perchè nella notizia mette come minorenni anche chi ha 18 anni.
Chiudi i commenti