Linux per ridare speranza alle baraccopoli

Due associazioni non profit italiane, tre computer recuperati e convertiti a Linux, una scuola di Nairobi che avrà la possibilità di affrancarsi dal digital divide

Roma – L’Africa arranca, impantanata in un digital divide strutturale : le iniziative benefiche certo non si propongono come la soluzione al problema globale del digital divide, ma agiscono per supportare concretamente le popolazioni dei paesi in via di sviluppo nel loro quotidiano. Questo l’obiettivo di Linux in The Slum , un progetto traghettato da due associazioni non profit italiane, OsES e AfrikaSì .

Baraccopoli polverose e sovraffollate, insediamenti che gravitano attorno alle città privi di ogni servizio, agglomerati urbani fatiscenti nei quali le Nazioni Unite stimano viva un terzo della popolazione mondiale e il 70 per cento di coloro che popolano l’Africa subsahariana. Linux in the slum è operativo proprio presso queste comunità, con una donazione di macchine su cui gira software Open Source e un corso di alfabetizzazione informatica che introduca i giovani all’uso del computer, stimolando la curiosità per tecnologie che potrebbero innescare nei paesi emergenti dei virtuosi circuiti economici.

Entusiasmo per i corsi Tre PC Compaq donati da volontari e riconvertiti da OsES ad Ubuntu, il pacchetto Open Office, Firefox, Totem come lettore multimediale e Gimp per il fotoritocco: così è composto il parco macchine che le due organizzazioni hanno consegnato nel mese di agosto alla Nursery School di AfrikaSì, presso Deep Sea , uno dei 140 slum di Nairobi.

Prima fase del progetto, che ha preso il via in questi giorni, l’infarinatura per gli insegnanti, per garantire loro le competenze da trasferire agli studenti. Saranno competenze di base, che aiuteranno i giovani a prendere confidenza con il computer, passando per attività utili o divertenti che sappiano catturare la loro attenzione. Seconda fase, l’approccio con Internet, che può ampliare le prospettive dei ragazzi, introducendoli ad una serie di opportunità per emanciparsi , opportunità precluse a coloro che sono costretti offline.

Quella delle due organizzazioni italiane non è la prima iniziativa di stampo Open Source ad attecchire nei paesi emergenti: ci ha provato BioVision Foundation sempre in Kenia, ci ha provato il Solo Project, puntando sul coinvolgimento nel sistema produttivo delle popolazioni locali, ci ha provato Negroponte con One Laptop Per Child .

Quella del software libero ed open source è una colonizzazione virtuosa : non si tratta di iniziative filantropiche solo sulla carta , che costringono gli utenti in un lock-in che l’industria del software può mungere a sua discrezione, non incita alla pirateria, pratica che ormai fa parte dei costumi locali , incoraggia la creazione di comunità di sviluppatori che potrebbero trasformare in un modello di business la loro passione e la loro curiosità.

Gaia Bottà

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