Ma Google è davvero una piovra?

di Paolo De Andreis - La pensa così Privacy International, secondo cui BigG è una minaccia, non protegge i dati dei suoi utenti di cui però vuole saper tutto. Eppure liquidare Google come ostile alla privacy è riduttivo
di Paolo De Andreis - La pensa così Privacy International, secondo cui BigG è una minaccia, non protegge i dati dei suoi utenti di cui però vuole saper tutto. Eppure liquidare Google come ostile alla privacy è riduttivo

L’ultimo rapporto di Privacy International ha scomunicato Google: tra i 20 maggiori player della net economy detiene la maglia nera in termini di privacy, perché la protezione che offre ai dati dei suoi utenti sarebbe minima, e le sue capacità di ottenere valanghe di dati sui singoli utenti sarebbero invece elevatissime. Privacy International sostiene che Google è ostile alla privacy .

Che Privacy International consideri Google alla stregua di una minaccia per la privacy mondiale non deve stupire, sono cose di cui si parla da anni ormai , addirittura in Italia la manifestazione dei Big Brother Awards originata da un’idea di Privacy International si è conclusa con l’ assegnazione di un antipremio proprio al gigante di Mountain View.

Sono argomenti importantissimi per chi ancora crede nel diritto alla riservatezza e intende proteggerlo. Ma non sono i soli che andrebbero considerati.

Google è nei fatti il più innovativo tra i grandi soggetti economici e tecnologici che si muovono sulla rete. Innova moltissimo, anzi a suo tempo si è fatto largo con la sola forza dell’innovazione costituita dai propri algoritmi, e quando non arriva per primo su un certo fronte allora arriva secondo, e generalmente supera rapidamente l’apripista. Di fatto Google sta esplorando un terreno del tutto nuovo, frontiere sconosciute dei servizi web e della stessa “forma” della rete, e noi tutti non possiamo che andargli dietro, vuoi per l’efficienza esemplare della stragrande maggioranza dei suoi servizi, quelli gratuiti in primis, per la loro pervasività e crescente centralità, anche economica, vuoi perché è di per sé appassionante seguire l’evoluzione delle tecnologie che BigG sforna a ritmo continuo, delle idee che ci sono dietro e delle prospettive che offre.

La recente e controversa frase di Eric Schmidt, il CEO di Google, quella secondo cui l’obiettivo dell’azienda è arrivare ad anticipare i desideri degli utenti e rispondere alle loro esigenze prevedendole, persino quindi intercettandole, fa venire i capelli dritti a chiunque consideri anche solo un poco la privacy come una componente rilevante dell’esistere. Nello stesso tempo, innegabilmente quella frase traccia la rotta che Google ha preso, che porterà all’accumulo della più grande quantità possibile di dati personali di ciascun utente, informazioni che, organizzate, consentiranno di mettere insieme profili , che permetteranno alla tecnologia di Google di intuire quando e cosa può interessare a chi e in quale ambiente.

E questo è mercato: mai prima dell’avvento di Google e della spinta propulsiva delle sue tecnologie il senso commerciale del dato personale è stato tanto evidente. Non è più soltanto una informazione, è il volano e le fondamenta di un intero paradigma di sviluppo d’impresa che fonde il più bieco opportunismo politico, come succede in Cina , con certe straordinarie iniziative locali, come l’impulso al WiFi di San Francisco, oppure con autentici gioielli tecnologici. Non solo, nel tentativo di rilanciare il suo motto, don’t be evil , Google si impegna anche sul fronte umanitario, coniugando la promozione delle proprie tecnologie ad oggettive necessità di intere popolazioni. È notizia di queste ore l’accordo raggiunto con alcune tribù dell’Amazzonia: l’occhio satellitare di Google sorveglierà il loro territorio più da vicino e di continuo, per dar loro gli strumenti per combattere la distruzione della foresta nelle proprie zone, 248mila ettari abitati da poco più di mille persone circondate da faccendieri e mercanti di legno senza scrupoli.

Se Google può fare questo, e non è che all’inizio dell’esplorazione delle opportunità in gioco, è anche perché c’è mezza Internet che tutti i giorni sfrutta i suoi servizi, regala i suoi dati personali, associa indirizzi email a navigazioni web, segnala gusti e preferenze senza saperlo, pubblicizza la propria rete di relazioni e consegna a Google quello che ancora gli manca in cambio di servizi utili o di straordinarie nuove comodità .

Tutto ciò significa che non si può liquidare Google come soggetto “ostile” alla privacy, quanto invece come alfiere di un nuovo modo che sta travolgendo le società umane ad un ritmo così accelerato da non permettere loro di ragionarci sopra, di capire e di prendere le misure, non necessariamente le distanze.

Quel che invece può essere ascritto a Google è il pubblico arroccamento contro il rapporto di Privacy International. Anziché accettare il proprio ruolo di innovatore, e prendere atto delle preoccupazioni diffuse in tutto il Mondo per il suo operare, Google ha fatto dire ad uno dei propri legali che il rapporto “è basato su molte incomprensioni e inaccuratezze” e che “è un peccato che Privacy International abbia deciso di pubblicare il suo rapporto prima che noi avessimo l’opportunità per discutere con loro le nostre politiche sulla privacy”. Ecco, di certo staremmo tutti più tranquilli se Google accettasse apertamente le conseguenze del proprio operare, anziché sventolare fantomatiche procedure interne di garanzia o ribadire che segue le leggi alla lettera: quelle norme non sono state pensate per dare una forma al suo ritmo di sviluppo.

L’intero rapporto di Privacy International è disponibile a questo indirizzo .

Paolo De Andreis
Il blog di pda

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11 06 2007
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