Megaupload, il sequestro è legale

Ma le autorità neozelandesi non avevano il permesso di copiare ed inviare i dati rastrellati in casa di Kim Dotcom alla controparte statunitense
Ma le autorità neozelandesi non avevano il permesso di copiare ed inviare i dati rastrellati in casa di Kim Dotcom alla controparte statunitense

Una Corte d’Appello neozelandese ha stabilito la legalità delle perquisizioni effettuate in casa di Kim Dotcom ai tempi di Megaupload.

Il tutto è nato dall’accusa di pirateria online mossa dagli Stati Uniti nei confronti del fondatore della piattaforma di file sharing Megaupload: proprio su richiesta dell’FBI, il governo neozelandese aveva fatto irruzione nell’abitazione di Dotcom, sequestrando computer ed hard disk.

Kim Dotcom era ricorso ai tribunali kiwi contestando la legalità dell’invadenza delle autorità e nel giugno del 2012 l’High Court aveva invalidato il mandato di perquisizione e sequestro effettuato su richiesta dell’FBI, ritenuto “eccessivamente generico” e non supportato da “accuse precise”. Nel maggio successivo la stessa Corte ordinava al Federal Bureau of Investigation di restituire al founder di Megaupload quanto ottenuto con i raid nella sua abitazione: 135 dispositivi elettronici contenenti 150 terabyte di dati.

Nel frattempo, pur pesando su di lui ancora le accuse di violazione di diritto d’autore, Kim Dotcom ha dato i natali a Mega e ha scelto la carriera politica fondando un suo partito.

Ora, tuttavia, in seguito al ricorso della autorità agli antipodi, la Corte d’Appello neozelandese ha stabilito che il mandato con cui sono stati ordinati perquisizioni e sequestri in casa di Kim Dotcom sono da considerare legali.
Pur contenendo dei difetti, infatti, si tratta solo di mancanze formali e non sostanziali: è stata così ribaltata la tesi del tribunale di primo grado che aveva considerato le accuse dell’FBI troppo vaghe e poco circostanziate.

In una cosa, tuttavia, il tribunale ha dato nuovamente ragione a Kim Dotcom: le autorità kiwi non avrebbero dovuto passare quanto ottenuto col sequestro alla controparte a stelle e strisce, non avendo il permesso di copiare e inviare oltreoceano le prove.

Kim Dotcom, probabilmente, ricorrerà in appello contro la nuova decisione. Nel frattempo dovrà pensare a come pagare i 500mila dollari di debiti che ha accumulato: per farlo spera anche che i suoi beni vengano prima o poi dissequestrati.

Claudio Tamburrino

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