Meno fallimenti nelle net companies

La caduta libera sembra sul punto di arrestarsi e potrebbe cominciare, anche prima del previsto, una lenta risalita per chi ha le spalle larghe. Dati che parlano d'America e fanno sperare l'Europa. L'archivio della New Economy
La caduta libera sembra sul punto di arrestarsi e potrebbe cominciare, anche prima del previsto, una lenta risalita per chi ha le spalle larghe. Dati che parlano d'America e fanno sperare l'Europa. L'archivio della New Economy


Roma – Il 2002 non è ancora l’anno del recupero della new economy se si considera il numero delle aziende che falliscono. Ma è l’anno nel quale sembra farsi avanti un rallentamento progressivo e importante nel numero dei fallimenti. La chiusura delle net-companies, infatti, continua anche nel 2002 ma ad un ritmo molto meno sostenuto dell’anno scorso.

Ad affermarlo è l’ultimo studio di Webmargers.com , secondo cui nella prima metà di quest’anno hanno chiuso o sono entrate in regime di bancarotta una 90ina di net companies, un numero nettamente inferiore alle 345 che nei primi sei mesi del 2001 hanno dovuto rinunciare ai propri sogni di gloria. Si tratta di un dato che riduce del 73 per cento la “mortalità” delle net companies.

La fine del tunnel? Presto per parlarne, ma sul mercato americano che tende ad anticipare tendenze che poi si affermano anche sugli altri mercati, c’è una progressiva crescita della spesa business-to-business e c’è una crescente fiducia degli investitori dovuta probabilmente anche ad una maggiore attenzione ai business plan in un contesto che vede una continua crescita degli utenti internet.

Che la situazione stia cambiando lo evidenziano dati come quello secondo cui anche in giugno il numero di aziende statunitensi nel settore che ha dovuto chiudere i battenti (13 in tutto) non ha superato le 20 unità. Sono sei mesi che questa soglia non viene superata. Tra gennaio 2000 e gennaio 2002, invece, la media delle chiusure è stato di 44 al mese.

Più scontata la segmentazione dei dati nella tipologia di net companies che hanno dovuto cedere il passo. Al centro infatti rimangono quelle impegnate nelle attività di ecommerce rivolte ai consumatori. Se il business-to-business prospera, infatti, il sostanziale fallimento del business-to-consumer ha portato alla chiusura in due anni di 368 attività, contro le 217 dell’industria dei contenuti. Molto minori i “danni” subiti dai comparti dei servizi di accesso, servizi e infrastruttura internet, compresi tra il 16 e il 6 per cento del totale delle aziende.

L’elemento – e non solo per quanto riguarda gli Stati Uniti ma anche gli altri mercati più net-oriented – che gli esperti indicano come trainante della ripresa rimane la credibilità. Da un lato, infatti, le net companies rimaste in campo, quelle con le spalle più larghe, in qualche caso dimostrano che gli investimenti possono ripagare ampiamente. Dall’altro, bisogna sottolineare che ormai dai tavoli dei capital venture e degli altri investitori sono spariti business plan improbabili basati su idee spesso peregrine che hanno invece caratterizzato quella che ora si inizia a definire la “prima fase” della new economy.

Anche per tenere traccia di quanto è accaduto, quelli di Webmergers hanno deciso di mettere in piedi una sorta di “archivio dei fallimenti” che consenta da oggi in poi di analizzare quello che è accaduto in quella prima fase, e di analizzare i casi industriali che ne sono stati protagonisti anche nel fallimento. Per ascoltare chi ci ha provato e non ce l’ha fatta.

A questo scopo, nei giorni scorsi è stato lanciato Business Plan Archive , il cui sottotitolo è emblematico: “Aiuta le generazioni future ad imparare dalle esperienze del passato”. A quanto pare, sono molti coloro che sono interessati a non dimenticare e, stando a Webmergers, di business plan miliardari ne stanno arrivando moltissimi ai gestori del nuovo database, inviati proprio dai loro ideatori…

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07 07 2002
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