È il paradosso dell’AI e del cloud che segna il nostro tempo. Tutti ne abbiamo bisogno, ma nessuno di noi vuole i data center sotto casa. E se fino a qualche tempo fa la realizzazione di queste infrastrutture era ben accolta dalle amministrazioni locali e dalla cittadinanza (creano un indotto economico non indifferente), da qualche tempo serpeggia un certo malumore quando si prospetta il loro arrivo. Il tema è diventato particolarmente caldo in Lombardia, destinataria insieme al Piemonte di investimenti per 8 miliardi di euro finalizzati proprio a creare questi enormi contenitori di server e dati.
AI e data center: not in my backyard
Prendiamo due esempi emblematici degli ultimi giorni, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Il primo ci porta a Pozzaglio ed Uniti, in provincia di Cremona, un paese da meno di 1.500 abitanti che sembra destinato a ospitarne uno da 270.000 metri quadrati. La popolazione e le associazioni sono sul piede di guerra, preoccupate dall’impatto ambientale dell’opera.
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Spostiamoci di 35 chilometri circa in linea d’aria per arrivare a Travagliato, in provincia di Brescia. Qui gli abitanti sono quasi 14.000, ma il copione è lo stesso. Sono già andate in scena manifestazioni organizzate soprattutto per chiedere trasparenza per quanto riguarda autorizzazioni e sicurezza.
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Non è difficile immaginare che situazioni di questo tipo siano destinate a diventare sempre più frequenti. Sta accadendo ormai da tempo negli Stati Uniti, avverrà anche in Italia. È solo questione di tempo: i media mainstream si accorgeranno del problema e lo renderanno oggetto di dibattito. Non passerà molto prima di vederlo nei talk show in prima serata, accompagnato dal grido not in my backyard
, ma senza che nessuno sia disposto a rinunciare a ChatGPT, Gemini e Claude.