No, la crisi non risparmia l'IT

Non solo aziende che licenziano, ma anche produttori che tirano il freno, start up che vedono evaporare gli investimenti, società dell'energia alternativa che lasciano il mercato. Il momento è difficile, ma non è disperato
Non solo aziende che licenziano, ma anche produttori che tirano il freno, start up che vedono evaporare gli investimenti, società dell'energia alternativa che lasciano il mercato. Il momento è difficile, ma non è disperato

L’Italia si scopre a rischio recessione in una congiuntura difficile per le economie mondiali, con una proiezione di -0,1% nel PIL 2008 secondo il Fondo Monetario Internazionale. Ma i problemi sono imponenti per tutti, e non risparmiano il settore tecnologico , che pure mantiene una centralità nello sviluppo di tutti i paesi che non è eguagliata da alcun altro comparto.

cubicoli vuoti Negli Stati Uniti, dove la crisi ha assunto prima che in Europa un aspetto preoccupante, dall’inizio dell’anno le imprese dell’IT che vengono considerate “in seria difficoltà” sono aumentate a dismisura con una accelerazione piuttosto impressionante nell’ultimo mese. Basta dare un’occhiata ai licenziamenti effettuati o previsti da alcuni dei più importanti player di mercato: colossi come Yahoo o eBay sono in piena ristrutturazione, ma ancora di più lo sono le promettenti start-up che fin qui hanno potuto contare su investitori interessati, capital venture che da qualche settimana si sono fatti assai più timidi. Aziende vitali come Pandora e Lulu si preparano a tagliare. Se i grandi tremano dinanzi alla riduzione del fatturato, i piccoli vedono a rischio i progetti di sviluppo e, in certi casi, l’esistenza stessa dell’impresa.

A colpire queste realtà non è solo l’incertezza del domani ma anche le certezze dell’oggi: gli ordini vanno riducendosi fortemente, gli acquisti diminuiscono, le transazioni commerciali anche e si fanno più schivi gli inserzionisti. I budget che finora hanno garantito opportunità di crescita alle nuove idee della tecnologia si riducono ed è più difficile accedervi, proprio nel paese che su queste opportunità ha costruito una Silicon Valley invidiata da tutto il Mondo.

Secondo gli analisti, negli Stati Uniti nel terzo trimestre i fondi di venture capital sono scesi del 7 per cento a quota 7,4 miliardi di dollari: in particolare nel settore IT nel trimestre sono stati stretti 270 accordi di investimento, contro i 260 registrati nel primo trimestre 1996. Dopo tanti anni di “boom” degli investimenti, si è tornati ai livelli precedenti alla diffusione di una Internet di massa dentro e fuori dagli Stati Uniti. Se si riducono le disponibilità si riducono le opportunità ma si tratta di somme ancora consistenti, dalle quali i più ottimisti prevedono possa provenire, in tempi oggi non definibili, almeno una parziale riscossa alle difficoltà del momento.

Il venture capital nell’IT è particolarmente rilevante perché riflette anche le aspettative attorno al settore, quello che gli analisti e gli investitori si attendono, ed è dunque desolante che il cosiddetto confidence index dei fondi dedicati di Silicon Valley sia il più basso degli ultimi cinque anni, a quota 2,9. Capital venture da quelle parti però significa soprattutto partecipazione al management e alle startup tecnologiche viene ora consigliato dai soci di capitali di ridurre subito i costi, da qui l’aumento dei tagli del personale, e di cercare ulteriori fondi; più in generale, di fare tutto ciò che serve per strutturarsi a sopravvivere in un mercato che potrebbe non sollevare la testa ancora per lungo tempo.

Tutto questo si riflette non soltanto sulle startup internettiane, ma anche sull’indotto di quell’industria dell’IT che nei settori dell’automotive piuttosto che della pubblicità ha acquisito una rilevanza sempre maggiore: i binari su cui correvano ricchi treni merci ora sono meno trafficati, i treni stessi sono formati da meno vagoni e in ogni vagone la quantità di merce è scesa. Ma questo interessa soprattutto chi non ha puntato sulla qualità : la merce di chi lo ha fatto ha ancora un valore rilevante anche se è in quantità minore, tanto più che viene riconosciuto da tutti il ruolo trainante dell’IT anche in questa fase congiunturale.

La situazione è in bilico , gli osservatori dichiarano che tutto può ancora accadere. Secondo Hans Swildens di Industry Ventures “non siamo ancora in una situazione di panico. Ma c’è una corsa alla sicurezza, e vediamo la prima ondata di singoli investitori che tentano di far uscire il proprio denaro dalle holding che gestiscono i fondi di investimento”. Eppure, in questo bailamme in cui chi ha il collo meno lungo fatica ad arrivare alle foglie, tanto che per molte imprese è già suonata la campana, settori forti della tecnologia e della ricerca non segnano il passo: le società della biotecnologia, ad esempio, nell’ultimo trimestre hanno visto alzarsi del 21 per cento gli investimenti, ed è accaduto anche a chi è impegnato nella cosiddetta tecnologia pulita (investimenti in salita del 17 per cento a quota 1 miliardo di dollari secondo PricewaterhouseCoopers .

Le ricadute della congiuntura finanziaria rimangono però complesse: la caduta del prezzo del petrolio, che nonostante qualche rialzo delle ultime ore rimane molto al di sotto delle soglie record dei mesi scorsi, rischia di impattare pesantemente in uno dei settori più importanti delle nuove tecnologie, quello che si proietta verso la costruzione di un nuovo mondo dell’energia . Improvvisamente, infatti, e proprio nel momento in cui il cash flow si fa incerto, il petrolio è nuovamente accessibile, e a questo si aggiunge il congelamento del credito: due elementi che possono nuocere moltissimo nell’immediato alle startup tecnologiche dedite allo sviluppo di solare e eolico . Si tratta di industrie che richiedono forti investimenti, denari la cui redditività è proiettata sul lungo termine. Tutte qualità che fanno a botte con la concreta immediatezza del petrolio e la difficoltà in cui si dibattono i grandi capitali. Senza contare che saranno proprio i consumatori, in particolare quelli statunitensi, a preferire le fonti di energia tradizionale se queste costeranno di meno, condizionando a loro volta l’intera filiera degli investimenti. Ciò che si rischia, dicono gli osservatori, sono altri anni di “stop”, similmente a quanto avvenne negli anni ’80. Sta già avvenendo: nell’ultimo trimestre i fondi degli investitori rivolti a questo settore nel mondo sono scesi a quota 17,8 miliardi di dollari dai 23,2 miliardi del trimestre precedente, e per il prossimo trimestre gli analisti si attendono un’ulteriore contrazione.

A offrire altri elementi di riflessione sull’andamento del settore IT in queste settimane è l’ annuncio di Texas Instruments del licenziamento imminente di oltre 600 lavoratori. Un annuncio rilevante per il ruolo di TI nella fornitura di chip per l’industria tecnologica e in particolare per quella del mobile , un settore che da anni conosce una espansione senza sosta in tutto il Mondo. Texas spiega nello specifico che gli ordinativi vanno riducendosi in qualità e quantità e che questa riduzione va accelerando: è il sintomo di come anche quell’ambiente a metà tra IT e TLC stia subendo la congiuntura. I risparmiatori vivono una maggiore incertezza, i consumatori selezionano i propri acquisti, e le spese di tutto questo le coprono in primis beni non essenziali. A colpire Texas è naturalmente anche la riduzione degli ordinativi Motorola, che deve affrontare problemi strutturali nel settore dei cellulari da lungo tempo , ma il problema è generale. Sono passati solo pochi giorni da quando un competitor di Texas, Linear Technologies, ha ammesso un drastico calo degli ordini.

Non che vada molto meglio in Europa, come segnalano gli studi più aggiornati. Nel Regno Unito nell’ultimo trimestre le aziende IT in difficoltà sono aumentate del 627 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: l’accelerazione è evidente e viene attribuita in particolare alla riduzione della spesa da parte delle imprese, oggi più che mai disposte a fare i conti con l’infrastruttura IT di cui dispongono piuttosto che pianificare imponenti operazioni di aggiornamento. Il fatto che la congiuntura tocchi orizzontalmente quasi tutti i settori industriali si traduce in una contrazione generale della spesa IT: la tecnologia rimane un fattore centrale per lo sviluppo ma investirci sopra adesso è tutto un altro paio di maniche.

Le conseguenze dell’incertezza sono varie e sono destinate a ridisegnare il comparto IT anche in Europa . Secondo gli esperti della britannica Begbies Traynor “ci sono segnali che molte aziende IT sembrino ancora nascondere il deterioramento dell’attività commerciale e per questo sono in ritardo nell’assumere strategie di riduzione dei costi. Questo rischia di aumentare il fardello dei problemi di domani e rendere quelle società più vulnerabili all’acquisto da parte di entità IT più grandi e consolidate, spingendo così ulteriormente sul consolidamento dell’industria tecnologica”.

Ci sono naturalmente società IT, come Red Hat , che invece si attendono di crescere nella difficoltà grazie alle specificità del proprio business, in questo caso rivolto all’open source, spesso percepito come una alternativa al software proprietario che introduce anche elementi di riduzione dei costi. Tra tutti il nome più grosso nel settore, quello di Google, ha già fatto sapere di affrontare la crisi con prudenza, soprattutto nelle acquisizioni, ma senza paura : secondo Eric Schimidt, CEO di BigG, “siamo tutti vulnerabili, è una corsa tra la contrazione della pubblicità, destinata a colpire tutti, e un trasferimento molto positivo su Internet degli investimenti offline”. Come a dire che non c’è solo l’IT al centro dello sviluppo e della ripresa di domani ma c’è soprattutto l’ambiente-mercato della Rete, dove ci si attende un trasferimento di investimenti tradizionalmente rivolti ai settori “offline”. Ma l’ottimismo di Schmidt è tutto nei piani di Google: nessuna riduzione del personale , investimenti ulteriori nel cloud computing e attese più che ottimistiche per la riuscita di Android, che proprio in queste settimane giunge sul mercato.

Forse anche per questi segnali gli osservatori più attenti avanzano un prudente ottimismo . Ad esempio, e per concludere, c’è chi fa notare come i licenziamenti attesi nel settore non saranno quelli già visti nello sboom del 2001. Le statistiche del Dipartimento del Lavoro statunitense parlano chiaro: si prevedono lay-offs ma i posti di lavoro perduti non lo saranno a lungo, la centralità dell’IT è mantenuta, le imprese in questi anni, quelle “post-sboom”, si sono mosse sulla base di criteri economici più solidi che in passato, quei posti di lavoro torneranno a contare con il ritorno della domanda. Come a dire, dunque, che l’IT subirà la contrazione di questi mesi e dei prossimi trimestri, ma lo farà probabilmente in modo meno cruento che in altri settori, con la speranza di una ripresa anche occupazionale anticipata rispetto ad altri comparti. Non sarà molto ma è almeno qualcosa.

(fonte immagini qui )

Link copiato negli appunti

Ti potrebbe interessare

21 10 2008
Link copiato negli appunti