NoLogo/ Monetizzare l'anarchia?

di Mafe de Baggis - Il fondatore di Blogger.com, Odeo e Twitter svela il suo nuovo criterio di progettazione: togliere tutte le funzionalità e vedere cosa rimane

Parigi, Leweb3 : quarta edizione del più importante evento europeo dedicato a quella strana commistione tra sogno/idealismo e commercio/profitto che caratterizza la maggior parte delle persone che hanno scelto di lavorare in rete, per la rete o con la rete. 1700 persone registrate che si distribuiscono tra due grandi sale: una dedicata ai relatori, l’altra per le start up che sono state selezionate per presentare i loro progetti a dei venture capital. In mezzo, una enorme lobby dedicata al cazzeggio (che gli americani chiamano “networking”); in un altro padiglione si mangia e si lavora. Due giorni chiusa qui dentro e torni a casa con la sensazione che sia davvero possibile fare business e non “essere cattivi”, come da mission di Google; che la fantasia è davvero arrivata al potere; che “monetizzare l’anarchia”, come sintetizzato da Gerd Leonhard, non è la parolaccia che sembra, ma l’unica strada percorribile se vogliamo far sì che l’anarchia comunque continui a caratterizzare i comportamenti di chi vive la rete, invece di essere rimpiazzata da mere logiche di profitto.

Io sono un’idealista di mio, ma è difficile non esserlo mentre uno dietro l’altro scivolano discorsi che altrove sarebbero considerati ingenui e senza costrutto. Gli speaker non sono ragazzini senza arte né parte che sognano di cambiare il mondo: sono protagonisti del nostro tempo come Philippe Starck, che ha dato vita a una divertentissima performance nel suo francesissimo inglese partendo da una constatazione: il 90% dei prodotti che sono in vendita sono inutili, anzi, hanno una sola utilità: “rubarci dei soldi”, comportamento senza futuro perché “le aziende ciniche sono obsolete”. Difficile crederci, bello sperarci.

Qui a Parigi sfila la simbiosi tra business e Internet di cui parlavo la settimana scorsa e a vederla da vicino non è poi così male: Jason Calacanis (Mahalo, Weblogs) che invita gli imprenditori a non inquinare la rete sommergendola di messaggi inutili, Doc Searls (Cluetrain Manifesto) che ridefinisce il rapporto tra venditore e cliente, convincendo quest’ultimo a prendere in mano la situazione e a usare il potere che ha, Loic Le Meur (Seesmic) che chiede gentilmente scusa per aver imposto l’anno scorso Sarkozy alla platea, Joi Ito (Creative Commons) che passa con nonchalance da World of Warcraft all’evoluzione del copyright, Kevin Rose (Digg) che seduce la platea con un fascino da rockstar, la serenità di Emily Bell (Guardian) nel ribattere alle provocazioni nichiliste di Andrew Keen, Yossi Vardi (ICQ) che dimostra con uno stile da IgNobel che una lumaca è un carrier di dati molto più efficiente di un’ADSL media. Il tutto illuminato dalla presentazione di Hans Rosling (GapMinder), l’uomo che riesce a rendere divertente la statistica, che ci ha dimostrato quanto sia miope e semplificatore il nostro sguardo sulla realtà e che ragionare per stereotipi ci impedisce di comprendere pienamente ciò che ci succede intorno.

Una nota dominante: la leggerezza, a partire da Evan Williams, il fondatore di Blogger.com, Odeo e Twitter, che ci ha svelato il suo nuovo criterio di progettazione: togliere tutte le funzionalità finché non rimane qualcosa di estremamente semplice e comunque talmente potente da voler essere usato. È la stessa indicazione di Starck, che a differenza di tutti gli altri progetta oggetti fisici, non digitali: “rifiutate di consumare, rifiutate di produrre, se proprio dovete consumare o produrre, che il vostro impatto sia minimale”. Ancora Calacanis: “Se inquinate l’ambiente in cui vivete, prendetevi le vostre responsabilità”, che sia la rete o il pianeta, infatti, c’è spazio anche per Tom Raftery che fa un punto della situazione sull’innovazione tecnologica in grado di ridurre l’impatto ambientale.

E torniamo sulla terra con un venture capital che dice alle startup presenti “Dovete creare dipendenza”: missione compiuta per la maggior parte delle applicazioni di rete, ma siamo sicuri che non si tratti in realtà di complicità?

Mafe de Baggis
Maestrini per Caso

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