Paola Pisano: il cloud è la base per la PA di domani

Paola Pisano in una intervista ribadisce la fede italiana nel cloud e la piena convinzione per cui debba essere fondamentalmente materia europea.
Paola Pisano in una intervista ribadisce la fede italiana nel cloud e la piena convinzione per cui debba essere fondamentalmente materia europea.

Per comprendere le parole rilasciate oggi al Sole24Ore dalla ministra Paola Pisano, titolare del dicastero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, occorre ripartire anzitutto da quel che si scriveva durante lo scorso mese di febbraio sul blog per la Trasformazione Digitale:

La strategia per le infrastrutture digitali in Italia si inserisce nel percorso strategico e di investimenti intrapreso dall’Unione Europea sotto la guida della nuova Commissione, che proprio in questi giorni ha pubblicato un piano d’azione sulla gestione dei dati e sull’intelligenza artificiale. Secondo il documento, la trasformazione digitale dell’economia UE dipende dallo sviluppo di infrastrutture in grado di gestire i dati, che siano sicure, efficienti dal punto di vista energetico, economiche e che funzionino secondo i migliori standard di qualità. Questo perché l’Europa deve ridurre la propria dipendenza tecnologica da paesi non-UE proprio nelle infrastrutture strategiche, gli assetsu cui si basa la data economy. Una dipendenza che oggi rappresenta potenzialmente un fattore critico per l’autonomia e la sicurezza dell’Unione e determina una minore forza sulla scena internazionale.

Rispetto ad allora ben poco è cambiato, sia nella realtà dei fatti (bloccata a lungo da lockdown e altre emergenze) sia negli intenti e nei proclami, che oggi trovano però nuova linfa in virtù dei fondi oggi messi a disposizione dall’UE.

Paola Pisano, l’Europa, il cloud

Oggi la ministra Pisano riparte in toto proprio dall’Europa, punto di riferimento essenziale se si intendono trovare energie di scala laddove gli investimenti innovativi debbono giocoforza essere di ampio respiro. Si parte, anzitutto, dal Recovery Fund (proprio nelle ore in cui anche Macron svela i piani francesi per l’innovazione):

Con i 209 miliardi di euro che l’Unione Europea stanzia per l’Italia, il 28% del totale, dobbiamo far sì che il nostro Paese recuperi ritardi accumulati nel tempo e favorisca un aumento della produttività. A vantaggio sia delle imprese sia della qualità dei servizi pubblici. Oggi rischiamo che le banche dati della Pubblica amministrazione risultino spesso un insieme di vicoli ciechi, caratterizzati da alcune modalità di funzionamento obsolete. Capita che un ramo dell’amministrazione, nonostante abbia diritto a conoscerli, ignori dati custoditi da un altro ramo. Va configurato invece un sistema di canali scorrevoli adatto ad agevolare gli scambi di informazioni, anche con Regioni ed enti locali, nel rispetto della sicurezza e della privacy nelle forme dovute. In sostanza, occorre un cloud per i dati della Pubblica amministrazione che non comprometta le autonomie delle sue varie componenti.

Il cloud è destinato pertanto a diventare la banca dati trasversale per tutti gli attori principali della PA italiana, consentendo uno scambio di dati che da una parte diventa elemento facilitante per il cittadino, ma dall’altra diventa anche un elemento garante grazie alla possibilità di far emergere economia sommersa ed evasione fiscale con maggior facilità.

Ma c’è in ballo un problema di sovranità dei dati? La Francia, da parte sua, ha messo in campo con France Relance ulteriori capitali a difesa della sovranità della sfera digitale transalpina, mentre l’Italia sembra puntare soprattutto sul cappello di una dimensione europea:

L’autonomia tecnologica può essere recuperata su scala europea, con strategie nazionali convergenti verso questo obiettivo. Promuovere una sovranità digitale italiana ed europea non significa essere retrogradi né protezionisti, bensì aggiornare la nostra concezione di sovranità e non vuol dire tantomeno fare concessioni al sovranismo.

Questo non esclude la possibile partecipazione al bando di grandi aziende tecnologiche d’oltreoceano, ma al tempo stesso implica un fermo controllo da parte delle istituzioni europee ed un rapporto pubblico/privato all’insegna della massima trasparenza operativa.

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05 09 2020
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