Paradosso smart working (Sala sa di sbagliare)

Sala ha torto e sa di averlo, ma nel suo ruolo ha il dovere di difendere la città da un cambiamento troppo repentino: il paradosso dello smart working.
Sala ha torto e sa di averlo, ma nel suo ruolo ha il dovere di difendere la città da un cambiamento troppo repentino: il paradosso dello smart working.

Con le parole di oggi a SkyTG24, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha confermato che avevamo ben letto le sue dichiarazioni sullo smart working quando, a metà giugno ed a poche settimane dalla fine del lockdown, se ne uscì con quel “ora torniamo a lavorare” che generò scalpore. Scalpore fine a sé stesso, però, nella maggior parte dei casi: furono in molti a strapparsi le vesta di fronte a cotanta eresia, in difesa di un orizzonte sicuramente ben poco definito e senza badare a quanto impervio sia il percorso per raggiungerlo. La realtà è – si sa – sempre ben più complessa di quanto non possa starci in un tweet e dietro l'”effetto grotta” descritto da Sala c’era in realtà un universo di complessità gravitanti attorno al baricentro gravitazionale del problema: il senso della città.

Il paradosso dello smart working

Giuseppe Sala ora può esplicitarlo senza più timori, senza mezze parole, senza quei non-detti intrisi di pudore che avevano caratterizzato la prima uscita. Secondo Sala, infatti, lo smart working non può e non deve essere considerato la “nuova normalità” e questo non tanto perché il Sindaco abbia qualcosa di personale contro nuove modalità di lavoro, ma perché queste nuove modalità minano alla base il progetto stesso della città di Milano. E nessuna città se ne senta indenne, sia chiaro, sebbene l’operosa Milano sia più esposta che non altre: se decade il pendolarismo, se non si usano le metropolitane, se non si cammina tra le vie dello shopping, allora cadono le basi stesse su cui il centro è costruito, la periferia è cresciuta ed i mezzi di comunicazione sono stati progettati.

Improvvisamente i paradigmi della città cambiano, ma la città non può cambiare altrettanto rapidamente: troppo è stato fatto in un’altra direzione per poter cambiare infrastrutture, abitudini, flussi e mentalità in così breve tempo. Lo shock rischia insomma di essere pesante, ben più pesante di quanto non si immagini. Sala mette il pudore da parte per buttare sul piatto tutti i suoi timori: “la città non può cambiare così in fretta”, di qui l’appello a tornare rapidamente a pensare al pre-Covid come al punto di partenza da cui ricominciare. Evoluzione? Si, potrà esserci, purché senza strappi che il tessuto urbano non sia in grado di affrontare. Perché se strappo sarà, le conseguenze saranno gravose per tutti.

Lo smart working rischia di essere il paradosso da affrontare per capire quanto veloce possa essere l’evoluzione. Le modalità di lavoro non sono il problema in sé, ma sono esattamente il punto di contatto tra quel che era e quel che sarà: se evolve il lavoro, ossia l’elemento stesso identitario della nostra Repubblica, allora tutto il resto gli andrà appresso. Quanto “smart” possiamo assorbire senza effetti collaterali? Bar, ristoranti, eventi, car sharing, mobilità integrata, affitti, mercato immobiliare e molti altri guardano nella stessa identica direzione di Sala e il Sindaco non può che preoccuparsi di tutti: l’evoluzione è neutrale, ma in questa sua neutralità potrebbe essere tremendamente crudele.

L’innovazione va governata

Per certi versi il suo, oltre ad essere un programma di Sindaco in carica, è una sorta di manifesto in vista di una ipotetica rielezione. Sala ha probabilmente intuito che Milano sia di fronte ad un bivio senza alcuna certezza sulla strada da intraprendere: reinventare la città o resistere al cambiamento? Entrambe, in un complicatissimo esercizio di equilibrismo politico, economico e di leadership. Il problema di Sala è essere il primo, il problema degli altri è non rendersi conto che dopo Sala toccherà a tutti.

Il paradosso della città deve però fare i conti con politiche nazionali che, giocoforza, debbono fare i conti con anni di abbandono della provincia. La banda larga è il secondo paradosso in tal senso: dopo anni di investimenti nel cablare le città ci si rende improvvisamente conto che si potrebbe anche lavorare a distanza, senza ingorghi sulle strade, senza inutile moltiplicazione di polveri sottili, senza intasare i circuiti cittadini, se solo il traffico dati fosse uniforme su tutto il paese. Dopo anni di digital divide di periferia, ci si rende conto che quegli investimenti (che ancora latitano, sia chiaro) avrebbero probabilmente risolto più di un problema. Gli uffici si svuotano in favore del “lavoro agile” (anche se ad oggi spesso e volentieri è semplicemente “telelavoro”), ma si trovano a fare i conti con banda scarsa, organizzazione fragile e infrastrutture di connettività assenti.

Ma tutto ciò non era chiaro perché la fascinazione per l’innovazione ha spesso trasformato quest’ultima in un fine invece che in un mezzo. Ora non si tratta di ripensare la città, né di stracciarsi le vesta di fronte alla lucida difesa che un Sindaco sta operando per la sua città (anche a costo di cantare fuori dal coro). Qui si tratta di capire realmente cosa possa fare l’innovazione per noi e come si possa ripensare la politica dei territori e delle comunità.

Sala non ha ragione, ma Sala sa di non aver ragione. Però Sala ha un ruolo e sa benissimo cosa imponga il suo ruolo. L’innovazione non fa sconti e Milano rischia di pagare quindi un conto salato senza possibilità di dilazionare le cambiali. Sala fa bene a ricordarlo, perché l’innovazione è fine a sé stessa se un Paese non ha la capacità di governarla.

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14 07 2020
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