Perché non possiamo fare a meno dei meme: ruolo, importanza, impatto

Perché non possiamo fare a meno dei meme

I meme sono dilaganti, e quindi importanti, poiché assolvono a bisogni primari di comunicazione nella sfera della socializzazione online.
I meme sono dilaganti, e quindi importanti, poiché assolvono a bisogni primari di comunicazione nella sfera della socializzazione online.

Non possiamo fare a meno dei meme. Ne abbiamo necessità assoluta, bisogno vitale. “Banalità“, penserà qualcuno: “certo che possiamo farne a meno“. Ovvio che possiamo farne a meno (e così dei social, degli smartphone o della tv), ma al tempo stesso ne siamo circondati e la loro presenza si fa sempre più imperante: fare a meno di un linguaggio significa stare al di fuori della comunità che ne fa uso poiché privi degli strumenti comunicativi adeguati. Del resto nulla quanto il meme rappresenta un elemento soggettivo, pur nel novero di una soggettività che va intesa non nel perimetro di un singolo, ma nell’alveo di un collettivo: non dunque una soggettività individualizzante, ma un elemento di socialità che fa ormai parte integrante della nostra vita online. Una cosa di ognuno, ma soprattutto una cosa di tutti.

Proprio la loro dimensione digitale ed il loro diffondersi virale di bacheca in bacheca rende i meme elementi particolari, innesti essenziali di un certo tipo di comunicazione e di comunità. Non possiamo fare a meno dei meme perché ormai fanno parte di un sottocultura a cui attingiamo a piene mani e nella quale siamo inevitabilmente immersi scroll dopo scroll. Per banali che siano, per superficiali che siano, per “stupidi” che siano, la loro importanza è deflagrante in proporzione a quanto la loro diffusione è dilagante.

Andràs Aratò (Hide the Pain Harold)

Andràs Aratò (Hide the Pain Harold) – Photo by Hungary Today

Del resto oggigiorno nessuno più si sognerebbe di definire stupidaggini le emoticon, giusto? Bene, allora è il momento di dare ai meme quel che è dei meme. E ad un ingegnere elettrico quel che è di un ingegnere elettrico (leggasi: Andràs Aratò, “Hide the Pain Harold“)

Diamo ai meme quel che è dei meme

Il termine deriva dal greco mímēma e significa imitazione. Il primo ad utilizzarlo fu un etologo e biologo inglese di nome Richard Dawkins, in una sua opera del 1976, in cui cercava di spiegare come si diffondono le informazioni“: così li presenta la “guida (non) definitiva” disponibile su Amazon ben perimetrandone l’ambito di competenza. Ma abbiamo oggi elementi per andare oltre questa definizione ed approfondendo quella che ne è l’importanza.

Meme

Certi fenomeni non possono infatti essere ignorati: se i meme spopolano sui social, infatti, è perché sanno rispondere ad una necessità sempre più chiara nelle dinamiche discorsive dell’online. Il discorso entro cui vanno ad esprimersi al fianco delle emoji, icone di emozione, è quello in cui rappresentano icone di significato. Per comprendere da dove arrivano i meme bisogna risalire presumibilmente ai “luoghi” di Aristotele: si tratta di “topoi” o “loci communes”, ossia espedienti utili a facilitare l’associazione di idee. Se oggi consideriamo il “luogo comune” come una banalizzazione di argomento, in realtà il luogo comune nasce come ciò che rende facilmente spendibile in una comunità un ragionamento, una considerazione, un’idea di fondo. Non si tratta di banalizzazione, ma di capacità di concentrare un significato in un elemento più semplice affinché possa essere facilmente condivisibile. Un’astrazione, che fa parte di un processo di intelligenza, di affinamento e di concentrazione, di cui soprattutto la retorica del mondo orale faceva largo uso.

Oggi, in tempo di “oralità di ritorno“, il meme è da considerarsi un luogo comune di ritorno: è strumento applicabile a più contesti, raffigurando graficamente ciò che molte parole faticherebbero a far comprendere e memorizzare tanto rapidamente ed efficacemente. Si tratta di una comunicazione di basso livello, istintiva e diretta, istantanea e percettiva, al pari di ciò che le emoticon hanno fatto negli ultimi decenni per abbracciare la sfera dell’emotività.

Linguaggio istantaneo

Nell’epoca di un onnipresente senza passato, abbagliata da un futuro che viene ricondotto quotidianamente al qui-ora attraverso una continua “ubriacatura di nuovismo“, ad emergere sono i tratti distintivi dell’oralità: la lingua viene ad essere coinvolta in questo flusso di cambiamento continuo poiché il parlato, a differenza della scrittura, è sempre in gioco e vive in una sfera di costante agonismo. Le parole, per sopravvivere, devono saper tenere stretto il proprio significato e quanto più circolano (come le monete) tanto più hanno valore poiché maggiore ne è il riconoscimento sociale.

I meme si innestano in questo meccanismo catturando spazi di comunicazione tolti alle parole: che sia un bene è tutto da verificare, che sia un male è tutto da dimostrare. Semplicemente è, e non si può negare.

Meme in digital culture

Abbiamo bisogno dei meme, dunque, perché in questo lungo presente non c’è spazio per i tempi lunghi di uno “Stilnovo” che magari vedremo soltanto tra qualche secolo. Il meme velocizza, riassume, gioca e non ha nulla da perdere: attinge nell’ironia, democratizza l’accesso alla comunicazione grafica dei fumettisti, viaggia alla velocità dei bit e sui bit esaurisce la propria portata. In una dimensione nella quale i tempi sono quelli della lettura, l’elemento grafico istantaneo torna a catturare l’occhio e l’attenzione. Del resto non c’è meme nel parlato e non può esserci meme nello scritto: il meme viaggia online perché nasce digitale e vive di condivisioni, illuminato dai like ed istituzionalizzato dalla dopamina rilasciata in chi osserva. Il meme è caratterizzante, denotato e connotante, parte integrante di un “luogo” e di una “comunità” di campo estremamente largo. Miliardi di persone vi impattano quotidianamente: impossibile sottovalutare una cosa simile.

Non possiamo fare a meno dei meme perché esaudiscono bisogni primari che abbiamo e che manifestiamo nelle ore passate online: comunicare e fare comunità, condividere idee e trasmettere concetti, esprimere opinioni e renderle dibattito collettivo. Ecco perché i meme sono una cosa estremamente seria: lo neghiamo a noi stessi solo nella misura in cui consideriamo “alto” un certo tipo di espressione e “basse” altre modalità.

Ma così come non si ferma un fiume con un cucchiaino, allo stesso modo serve a poco derubricare i meme con pressapochismo: la cultura sottile è quella che ha scritto la storia degli ultimi decenni e con ogni probabilità lo farà con sempre maggior incisività ancora a lungo. O forse è sempre stato così e sulla Cultura ricade semmai il compito di comprenderne i motivi (il passato), il significato (il presente) e le ripercussioni (il futuro).

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Pubblicato il 28 giu 2022
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