Piano Colao: scommettiamo sullo smart working

Il Piano Colao per il rilancio mette lo Smart Working in cima ai progetti per agevolare il lavoro e le aziende: troppa ambizione e poco tempo?
Il Piano Colao per il rilancio mette lo Smart Working in cima ai progetti per agevolare il lavoro e le aziende: troppa ambizione e poco tempo?

Nel “piano Colao” consegnato al Governo trova spazio tra i primi punti del progetto un capitolo dedicato allo Smart Working. Secondo il piano, infatti, è questo un momento cruciale per poter studiare tale prospettiva: improvvisamente l’Italia (e non solo) si è trovata a dover scegliere il lavoro agile come unica alternativa praticabile e ciò ha determinato un impatto improvviso e senza attenuanti alle imprese. Cosa è successo in questo frangente? Partire dai numeri e dalle imprese potrebbe riconsegnare dati importanti per capire in quale nuovo contesto si vada ad agire, perché “da un lato c’è la necessità di un’adozione diffusa per questioni anche di sicurezza e dall’altro l’obiettivo di dare a imprese e lavoratori un’opzione migliorativa sia della produttività sia delle condizioni lavorative“.

Piano Colao: scommessa smart working

L’analisi parte dai dati: prima dell’emergenza sanitaria il lavoro agile era una pratica marginale (58% delle grandi imprese, 12% delle PMI, 16% nella PA). Improvvisamente il quadro della situazione è cambiato e il Governo ha reagito per facilitare immediatamente il lavoro agile, facendo però emergere – con gravi effetti collaterali – tutte le distorsioni di un contesto nel quale vengono a mancare connettività sufficiente e spesso anche la necessaria alfabetizzazione informatica.

Il piano Colao (la cui adozione da parte del Governo è tuttavia ampiamente in discussione in queste ore) propone pertanto due iniziative fondamentali a supporto dello smart working in Italia:

  1. Monitorare e valutare attentamente l’utilizzo attuale dello Smart Working nel mondo delle PA e delle imprese prima di implementare modifiche alla normativa vigente” al fine di arrivare alla definizione di una disciplina legislativa del lavoro agile in tutti i settori ed in tutte le attività compatibili: dovrà essere un quadro regolamentativo tale che “lo qualifichi come opzione praticabile per aziende e lavoratori, in particolare nell’ottica della creazione di nuova impresa e/o nuovi posti di lavoro” e tale per cui possa diventare una forma di sostegno dei figli fino ai 14 anni di età
  2. promuovere, nella PA come nelle aziende private, l’adozione di un codice etico dello Smart Working con specifica considerazione dei tempi extra lavorativi (tra i quali impegni domestici e cura della famiglia) e in ottemperanza alla L. 81/2017 (stesse ore lavorative e giornate come da contratto nazionale), con l’obiettivo di: massimizzare la flessibilità del lavoro individuale, concordare i momenti di lavoro «collettivo» (da tenersi in orari standard, rispettando la pausa pranzo, i weekend e le regole previste per il lavoro straordinario), adottare sistemi trasparenti di misurazione degli obiettivi e della produttività al fine di valutare la performance sui risultati e non sul tempo impiegato (meno misurabile e non rilevante nel lavoro agile)

Zero costi, alta resa, tanti ostacoli

Il piano inserisce lo smart working tra le iniziative di cui occuparsi subito, senza attese. Ma si tratta chiaramente di una prospettiva molto complessa: soprattutto in relazione al punto 2 della proposta, la questione sembra essere afferente più alla cultura aziendale che non ad una semplice questione normativa, ponendo sul piatto temi che il mondo del lavoro non è riuscito a sciogliere in un decennio e che ora si trova a dover affrontare con rapidità. Al tempo stesso va detto che non sono questi interventi che prevedano una qualche forma di onere da parte dello stato, ma bensì una forte assunzione di responsabilità politica: regolamentare il lavoro agile con una nuova visione prospettica significa per molti versi riscrivere le regole del mondo del lavoro, dimenticando anni di battaglie sindacali in virtù del fatto che il nuovo fronte della battaglia e dei diritti si sposta su un confine nuovo: quello tra la casa e l’ufficio, tra il tempo libero e quello lavorativo, tra la dimensione business e quella privata, tra i rapporti professionali e quelli familiari.

Tutto ciò, peraltro, senza dimenticare che a monte ci sono problemi che precludono eguaglianza e accesso ad uno strumento simile: se si vuol fare dello smart working una risorsa, o se si vuol anche solo lontanamente immaginare di abbracciare una visione di questo tipo, occorre anzitutto risolvere i problemi del digital divide e assicurare a tutte le aree geografiche del paese – e a tutte le fasce di popolazione – un accesso alla Rete con performance tali da poter accedere a tutti gli strumenti necessari. Ecco gettato sul piatto un altro dei problemi cronici del paese, sui quali l’Italia ha tardato oltremodo ogni risposta fino a ritrovarvisi impantanata nel bel mezzo della tempesta pandemica.

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09 06 2020
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