Pro/ Bowie e il copyright (2)

di Paolo De Andreis. Bowie è uno che la rete la conosce da anni, ha messo su un provider e alcuni dei siti più interessanti nel suo mondo. La sua previsione ha un senso e non è affatto drammatica. Ecco perché
di Paolo De Andreis. Bowie è uno che la rete la conosce da anni, ha messo su un provider e alcuni dei siti più interessanti nel suo mondo. La sua previsione ha un senso e non è affatto drammatica. Ecco perché


Roma – David Bowie vede entro dieci anni la fine del copyright. Parlando con il NYTimes del proprio ultimo disco, la popstar inglese ha fatto capire che per gli industriali della musica e gli artisti che su questi si appoggiano ci sono ancora dieci anni per grattar via i profitti nel modo in cui sono abituati. E invita quindi a darsi una mossa per non perdere questi ultimi “anni d’oro”.

Bowie è uno che ragiona in grande, dall’alto di una carriera quasi senza paragoni sul piano musicale e industriale. E’ un personaggio che con la sua musica ha saputo conquistare appassionati in tutto il mondo, che ha prodotto una infinità di altri artisti e che conosce la rete da molti anni. Ha fondato un provider di autopromozione, ha creato un sito che ha più volte fatto rumore per le originali soluzioni grafiche. Ha quindi una competenza musicale e internettiana del tutto unica.

Se Bowie afferma che tra dieci anni il copyright avrà concluso il proprio percorso dinanzi all’incedere di una internet che ne ha corroso le fondamenta, la sua opinione va quantomeno ascoltata con rispetto.

Il punto è che il “Duca bianco”, evidentemente esaltato dall’evoluzione di una rete che ha contribuito a diffondere, non fa che descrivere uno scenario che a molti sembra essere “nelle cose” non appena si dà un occhio a tutto quello che va dal file-sharing alle tecnologie di peering, dalla diffusione dell’open-source alle maldestre manovre delle multinazionali per ingabbiare contenuti sui quali vanno perdendo il controllo.

Siamo solo agli inizi, ma sono inizi che già sconvolgono lo status quo.

L’attuale copyright ha consentito alla parte più invadente e grassa dell’industria di trasformarsi in una imponente corazzata, opulenta e capace di generare musica per le masse a ritmo battente, di creare e disfare mode, di schiacciare iniziative di assoluto interesse, da Napster in poi, di indirizzare gusti ed opinioni, di manovrare aspettative e persino di tenere surrettiziamente in vita certa stampa di settore snobbata dagli appassionati, i “clienti”.

Di certo la musica non si esaurisce in un mondo di profitti drogati da sistemi distributivi che fino all’avvento di internet hanno potuto imporre scelte e comportamenti al pubblico. Ed è proprio per questo, perché già oggi esiste musica che sfugge all’industria del copyright, che non è del futuro della musica che ci si deve preoccupare, semmai della possibile fine di un sistema inquinato, sclerotizzato e incapace di cambiare. Si va verso qualcosa di nuovo che giustifica appieno quell’aggettivo, “exciting”, che Bowie ha utilizzato. Agli autori ora l’opportunità di reinventare il rapporto con il proprio pubblico al di fuori di mediazioni spesso comode e profittevoli ma ormai obsolete.

Una parte consistente della responsabilità per una fine del copyright che si annuncia traumatica non ce l’ha Bowie, che ha probabilmente capito tutto e prima, ma proprio quell’industria musicale che ancora non s’è accorta che internet è qui per consentirci di evolvere.

Paolo De Andreis

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13 06 2002
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