È iniziato il processo che vede Meta al banco degli imputati ed è partito col botto. Tra le prime testimonianze raccolte c’è anche quella di Arturo Béjar, ex collaboratore del gruppo (quando ancora si chiamava Facebook). Come si legge sul suo profilo LinkedIn, dal 2009 al 2015 è stato responsabile del team Protect and Care che ha sviluppato le funzionalità del prodotto e gli strumenti interni per contribuire a prendersi cura delle persone
. Le sue parole mettono fin da subito Mark Zuckerberg in una posizione molto scomoda.
Processo Meta, la testimonianza di Arturo Bejar
Ha fatto riferimento diretto a una cultura che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram
(riprendiamo quanto scritto da Reuters). È inoltre emerso che il co-fondatore e CEO è stato coinvolto attivamente nel processo decisionale e che a lui spettava l’ultima parola per quanto riguarda le modifiche da apportare alle piattaforme.
Se Mark fa di qualcosa una priorità, si spostano montagne in pochi mesi.
Bejar ha inoltre detto la sua a proposito del caso che nel 2021 ha coinvolto un’altra ex dipendente, Frances Haugen. All’epoca, la donna aveva parlato di interventi sull’algoritmo finalizzati a favorire le interazioni sui contenuti più discutibili, così da incrementare i profitti. All’epoca, Zuckerberg aveva pubblicamente smentito le affermazioni. Queste le parole del testimone raccolte ieri.
È tutto completamente falso, ogni singola parte. Non ci si può fidare di Mark Zuckerberg quando si tratta di bambini.
Un altro passaggio che potrebbe mettere in difficoltà i legali di Meta è quello secondo cui alcuni strumenti di protezione per i minori sarebbero stati progettati appositamente per risultare inefficaci (designed to fail). Anche gli automatismi per la verifica dell’età non sarebbero stati impiegati nel migliore dei modi, lasciando che milioni di utenti con meno di 13 anni continuassero a frequentare i social.