Da una settimana a questa parte, il mondo intero sembra essersi destato da un lungo torpore accorgendosi dei rischi conseguenti allo sviluppo incontrollato dell’intelligenza artificiale. E lo ha fatto con le modalità tipiche dei tempi moderni, con i toni caratteristici del sensazionalismo e, ovviamente, senza concedersi il tempo necessario per comprendere se si tratti o meno di un problema reale, di certo senza fare lo sforzo di scalfire la superficie della notizia in prima pagina per capire che non è qualcosa di inedito. Ancora una volta, quanto sta accadendo descrive più noi che il fenomeno in sé.
L’intelligenza artificiale è diventata mainstream
È stato sufficiente un post di chi ha deciso di lasciare OpenAI e Anthropic sbattendo la porta per sollevare una discussione globale e portare il tema all’attenzione della collettività. Poi, si sa, quando un argomento diventa di dominio pubblico, anche i big del settore non possono più far finta di nulla. Figuriamoci la stampa, che ha appena trovato l’ennesimo contenuto da spolpare per riempire i palinsesti.
Ci troviamo così improvvisamente con notiziari in televisione che trasmettono servizi allarmistici accompagnati dalle sequenze kubrickiane di 2001 (vedere TG5, edizione serale del 13 settembre) e con talk show in cui gli stessi opinionisti alle prese solitamente con i reality show si troveranno a dibattere di modelli AI e AGI. Ho appena aperto RaiPlay e, per una coincidenza forse nemmeno troppo incredibile, se ne parla così su Unomattina.

I rischi legati all’AI non sono una cosa nuova
Forse l’intelligenza artificiale non ci ucciderà tutti entro il 2030, come ipotizzato da Jacob Coxon. O forse sì, dopo aver acquisito un suo personale e sadico senso dell’umorismo, solo per affermare la propria superiorità al genere umano, dando torto all’uomo più potente del pianeta.
Per ora, ha solo fatto cadere l’ennesima nostra foglia di fico dietro cui nascondere un po’ di incolpevole disinteresse, di indifferenza. Sia chiaro, è legittimo che nessuno si sia mai preoccupato di come le prossime evoluzioni di ChatGPT e Gemini potrebbero sterminarci. Lo è meno il fatto che si sia predisposti ad ascoltare un monito solo quando arriva amplificato dai canali della televisione e degli altri media mainstream.
Uno come Elon Musk, su cui oggi molti faticherebbero a fare affidamento, ha lanciato l’allarme in tempi non sospetti, chiedendo ben prima dei ricercatori di prevedere una sorta di pulsante di emergenza, una via di fuga per evitare esiti incontrollati nello sviluppo di modelli e algoritmi. Ci aveva visto lungo e l’abbiamo tutti sottovalutato?
I big del settore e il segreto di Pulcinella
Dovrebbe stupirci anche la prontezza con cui i big del settore, da Anthropic a Microsoft, ora invocano un rallentamento volontario dei lavori sulle AI di prossima generazione. Come interpretare il fatto che si siano attivati solo dopo che la questione è finita sotto gli occhi di tutti?
Le ipotesi sono due, entrambe poco rassicuranti. O hanno sempre tacitamente ignorato rischi che ben conoscevano o hanno saputo da TG5 e simili di avere per le mani una tecnologia che potrebbe sfuggire presto al loro controllo. Forse la prima, volendo tirare a indovinare.
Possiamo comunque continuare a dormire sonni tranquilli. La discussione sull’AI scivolerà via nemmeno troppo lentamente dalle prime pagine dei giornali, dai sottopancia dei talk show in TV, dalle bacheche dei social network. Continueremo a usare ChatGPT e Gemini per illuderci di poter così lavorare meno. E i colossi di questa nuova industria globale potranno finalmente tornare a concentrarsi sui prossimi sviluppi senza fingere di aver scoperto ora il segreto di Pulcinella.