Sugli smartphone siamo tutti più sinceri?

Quando scriviamo su smartphone tendiamo ad essere meno riflessivi, più impulsivi, forse più sinceri: cosa significa questo per il marketing?
Quando scriviamo su smartphone tendiamo ad essere meno riflessivi, più impulsivi, forse più sinceri: cosa significa questo per il marketing?

Shiri Melumad, assistente professore di marketing presso la Wharton School della University of Pennsylvania, ha calcolato con metodo sperimentale quel che a intuito si potrebbe desumere semplicemente dall’esperienza: quel che scriviamo su uno smartphone è molto differente da quel che scriviamo sulla tastiera di un pc. Differenze di approccio e di metodo, di tempi e di modi, che cambiano completamente il grado di introspezione – e di sincerità? – con cui esponiamo le nostre idee.

Si tratta di un’analisi dagli impatto potenzialmente molto forti, perché abilitare o meno un giudizio in particolari situazioni potrebbe pesantemente condizionare un punto di vista, una recensione, un post sui social network o l’immagine di un brand. Capire quale sia il momento ed il mezzo migliore per favorire una recensione, insomma, potrebbe essere determinante per creare la giusta narrazione attorno ad una iniziativa commerciale o un evento: tutto sta nel capire quali siano le dinamiche che portano un pensiero a maturare fino a diventare testo.

Full Disclosure: How Smartphones Enhance Consumer Self-Disclosure” è uno studio incentrato sugli user-generated content per indagare proprio sulla dinamica con cui il testo viene composto, poiché è in quei pochi secondi che avviene tra cristallizzazione dell’idea in testo, e del testo in post, e quindi in like, condivisioni, engagement e tutto quel che ne consegue.

Scrittura mobile: impulsività, empatia, forse sincerità

La ricerca è stata effettuata anzitutto analizzando 300 mila tweet scritti nell’arco di 12 ore e confrontando quelli scritti su smartphone rispetto a quelli scritti da pc. La differenza è eclatante: la forma in “prima persona” è usata il 47% in più e i riferimenti alla famiglia sono maggiorati del 52%: quello che viene espresso è dunque un punto di vista più intimo, afferente ad una sfera più personale, relativi ad una cerchia più ristretta. Viene fuori una maggior “sincerità”? Forse. Sicuramente c’è maggior impulsività, che – nel bene e nel male – favorisce le reazioni “a caldo” di chi esprime una opinione nel momento stesso in cui vive un’emozione.

Scrittura, tra smartphone e pc

Maggior pulsione e minor riflessione sono tutto nello stile di scrittura e nella formulazione di una opinione. Ecco perché la scrittura da desktop risulta più edulcorata, riflessiva, approfondita, meditata, smussata. Gli smartphone aprono il cuore con maggior facilità, insomma, e questa indicazione dovrebbe essere utile tanto quando ci si approccia in scrittura quanto quando ci si approccia in lettura: capire quale sia lo stato d’animo di chi ha formulato una recensione può aiutare in modo fondamentale a capirne l’aderenza alla realtà. Ne consegue che una recensione su smartphone, ad esempio, può essere più “violenta” o più entusiastica, ma in ogni caso più persuasiva poiché più diretta ed intrisa di emotività: scrivere su smartphone è più difficile, quindi si perdono gli orpelli della bella scrittura e della grammatica inappuntabile, favorendo un approccio più immediato al contenuto.

Per molti versi la differenza può essere in qualche modo quella tra l’oralità e la scrittura, dove la prima si basa su presupposti differenti e la seconda porta “su inchiostro” una verità già mediata e ricomposta. La prima è invece una sorta di confessionale che aiuta a tirar fuori emotività ed empatia, riconvertendo le pulsioni in emozioni laddove precedentemente le emozioni erano state introiettate come pulsioni. L’analisi di 300 mila tweet misura tutto ciò con percentuali che non lasciano dubbi: quando la stessa persona scrive online, molto cambia se ciò avviene sui tempi e le dimensioni di un piccolo display o se ciò succede sulla comodità di una QWERTY fisica e di una diagonale con molti pollici. Non cambia solo lo strumento: cambia la nostra proiezione su di esso.

Chissà quali implicazioni potrebbe rivelare uno studio simile se applicato a fake news, complottismi e altre derive sui social network: per ora l’analisi si è limitata ad una indagine sociolinguistica per mettere nuovi elementi a disposizione di manager e operatori in area marketing, per i quali stimolare un tipo o un altro di interazione potrebbe fare la differenza in modo sostanziale.

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16 06 2020
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