Siria, la tortura ai tempi di Facebook

I rivoluzionari denunciano le torture compiute dall'esercito nei confronti degli attivisti che non forniscono le password. Damasco starebbe reprimendo in un mare di sangue le proteste. E annuncia punizioni anche per il social network

Roma – È ormai cyberguerra in Siria. E i tragici effetti si avvertono anche nel mondo reale. Alcuni attivisti del Web, accusati di appoggiare su Facebook la causa dei rivoltosi contro il Presidente Bashar al-Assad, sarebbero stati torturati perché riluttanti a fornire le proprie password di accesso al social network.

I protagonisti della rivolta fanno sapere , attraverso i pochissimi canali rimasti ancora aperti, che il regime ha alzato il livello delle violenze sentendosi a un passo dalla vittoria sul movimento di protesta. Quest’ultimo aveva creato la pagina Facebook Syrian Revolution 2011 allo scopo di catalizzare le voci di supporto dall’esterno e tenere viva l’opposizione.

Ma, da qualche giorno, i video amatoriali che mostravano la violenza dell’esercito governativo sui manifestanti si sono ridotti drasticamente dopo oltre sette settimane di manifestazioni. “Le linee di comunicazione sono state quasi del tutto chiuse”, ammette un’attivista che confessa: “Alcuni di noi che sono stati arrestati hanno subito torture severe che li hanno costretti a rivelare i loro nomi e le password degli account online”.

Per questo motivo molti dei canali, come Twitter e Facebook, usati dai militanti per mantenere attivo il network sarebbero stati manomessi in seguito a una dura ondata di arresti che hanno condotto in carcere più di 8mila persone.

Secondo gli ultimi aggiornamenti, Damasco avrebbe lanciato una serie di attacchi man-in-the-middle contro account Facebook che si servono di ISP differenti.

L’operazione è molto più minuziosa di ciò che si possa pensare. Infatti, pur ricevendo un avviso di allarme sulla potenziale pericolosità del log in, molti utenti decidono comunque di cliccare dal momento che avvisi del genere, in un paese come la Siria, sono all’ordine del giorno.

Ma la rappresaglia delle autorità siriane non mira solo a colpire i dissidenti. Pare , infatti, che nel mirino ci sarebbe lo stesso Facebook , accusato di aver chiuso una pagina di sostegno al governo ufficiale denominata Syrian Electronic Army . Attraverso il giornale di stato Al-Thawra, Damasco accusa Facebook di collusione con l’esercito di rivoluzionari annunciando provvedimenti sorprendenti nei confronti del social network.

Cristina Sciannamblo

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