Il punto sullo smart working, com'è stato e come sarà

A distanza di due mesi facciamo il punto sullo smart working, come lo abbiamo vissuto e come forse lo vivremo in futuro
A distanza di due mesi facciamo il punto sullo smart working, come lo abbiamo vissuto e come forse lo vivremo in futuro

L’emergenza a cui abbiamo e stiamo ancora assistendo ha fatto emergere la consapevolezza che molti lavori da remoto sono possibili e attuabili anche post crisi. Lo smart working, aiutato dalla tecnologia e dalle piattaforme di videoconferenza come Zoom e Google Meet, ha permesso a molte aziende di proseguire le proprie attività e a tanti impiegati di continuare il loro lavoro da casa senza recarsi in ufficio, riuscendo in parte a limitare i danni di una situazione senza precedenti. Ma sappiamo bene che più che una scelta è stata una necessità immediata dettata dall’emergenza.

Come hanno reagito le aziende italiane

Prima dell’emergenza, in Italia, lavoravano da remoto circa 500.000 persone, in pieno lockdown siamo arrivati a più di 8 milioni di lavoratori in smart working tra privati e pubblici. La legge 81 del 22 Maggio 2017 riguardante il Lavoro Agile in Italia ha incrementato e diffuso nelle aziende e nella Pubblica Amministrazione l’idea di trasformazione, ma questa situazione ha accelerato e portato a maturazione questi processi già iniziati che sicuramente influenzeranno e trasformeranno il nostro modo di lavorare.

Le aziende in questo periodo hanno potuto testare e valutare la possibilità di applicare anche in futuro questo nuovo modo di lavorare, traendo vantaggi in termini di produttività e potenziali risparmi sui costi derivanti dalla riduzione della costosa fornitura di spazi per uffici. Il personale lavorando da casa ha potuto constatare un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata o una maggiore flessibilità dei genitori nel condividere le responsabilità dei propri figli. Inoltre, l’azzeramento degli spostamenti per raggiungere l’ufficio mette in risalto un altro aspetto positivo legato allo stress e al tempo risparmiato.

Tutto questo potrebbe portare molte aziende a considerare proattivamente alcune forme di flessibilità, l’uso degli spazi ufficio e dello smart working come modalità alternativa di produzione.

Ma questo nuovo modo di lavorare prevede un cambiamento di mentalità e abitudini da parte dei lavoratori che vorranno volontariamente lavorare in remoto, andrà rispettato quell’equilibrio che si basa sui risultati e sulla responsabilizzazione della persona, avere una maggiore autonomia e flessibilità nel gestire le modalità di lavoro comporta essere in grado di organizzare il proprio lavoro con autonomia e disciplina.

Anche le aziende dovranno cambiare atteggiamento, anche se esistono molti modi per controllare l’operato dei dipendenti, la fiducia e la condivisione della responsabilità sui risultati verso i propri collaboratori è alla base di questa trasformazione. Ma “su ciò che avverrà una volta superata l’emergenza sanitaria, le aziende sono caute a parlare di rivoluzione”, commenta Filippo Saini Head of Jobs di InfoJobs. “Anche i lavoratori sembrano apprezzare le potenzialità del lavoro da remoto, ma sono ben lontani dall’augurarsi che possa essere la modalità esclusiva e prioritaria di domani. In generale, dalla nostra indagine emerge un’Italia molto pragmatica e realista, che distingue le misure eccezionali dai propri desideri e dalla speranza per la nuova normalità di domani”

Cosa pensano le grandi aziende dello smart working

Prendendo spunto dalle grandi aziende tecnologiche, il fondatore e amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg ha dichiarato al proprio personale che già prima della crisi stava assumendo collaboratori a distanza e si aspetta che metà della sua forza lavoro svolgerà il proprio lavoro al di fuori degli uffici di Facebook nei prossimi 5-10 anni. Questo segue le mosse di altre aziende tecnologiche della Silicon Valley, tra cui Twitter, che affermano che i dipendenti possono lavorare da casa “per sempre” se lo desiderano.

Risultati dopo due mesi di smart working

Diversi studi e analisi condotti in questi giorni hanno portato alla luce cosa pensano i lavoratori italiani che hanno sperimentato lo smart working.

Secondo un’indagine realizzata dalla Cgil, con la Fondazione Di Vittorio, il 30 % degli 8 milioni di italiani che durante il lockdown hanno lavorato in smart working avrebbe voluto farlo prima, tra questi il 18% aveva cominciato prima. Il 60% vorrebbe continuare a lavorare da remoto anche dopo l’emergenza, nonostante i decreti Cura Italia e Rilancio hanno eliminato l’obbligo di un accordo con i lavoratori, un terzo dei casi di smart working è stato deciso in maniera unilaterale dal datore di lavoro. Ma la percezione è stata diversa tra uomini e donne, queste ultime dall’esperienza lavorativa domestica sono uscite più stressate e con poco tempo a disposizione. Per molti il tipo e la quantità di lavoro rispetto a prima non è cambiato ma per quasi un terzo sono aumentati, tra lungaggini dovute a problemi tecnici, incomprensioni e il mancato reperimento di file e documenti.

Da una analisi nazionale fatta da Euromobility a inizio aprile indica che solo il 13% di chi lavora da casa in smart working vorrebbe tornare in ufficio e alle vecchie abitudini, mentre il 33% vorrebbe continuare e il 54% continuare ma solo alcuni giorni della settimana.

Un’altra accurata analisi è stata condotta da InfoJobs ad un mese dall’inizio del lockdown su un campione di 189 aziende e più di mille lavoratori, in cui sono stati evidenziati aspetti come la difficoltà riscontrate e cosa si augurano i lavoratori per il futuro, il tutto condensato in questa esaustiva infografica.

infografica_smart_working_infojobs

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Smart working e il Decreto Rilancio

Il nuovo decreto Rilancio nel pacchetto Famiglia conferma l’utilità dello smart working e prolunga fino alla cessazione dello stato di emergenza la possibilità di usufruirne anche in assenza di accordi individuali ai genitori lavoratori dipendenti del settore privato con figli fino ai 14 anni di età. La prestazione lavorativa in lavoro agile può essere svolta anche attraverso strumenti informatici nella disponibilità del dipendente qualora non siano forniti dal datore di lavoro.

Quale scenario si prevede per il lavoro da remoto, diventerà la norma?

Questa crisi ha evidenziato le potenzialità dello smart working come nuova modalità di lavoro per diverse realtà come la Pubblica Amministrazione e le piccole, medie e grandi imprese, ma prima di pensare ad una futura transazione verso questo modello di organizzazione andrebbero riviste le regole e aggiornate le leggi che disciplinano la materia, che al momento seguono le direttive della legge 81 del 2017.

Sono molte le domande che ci vengono in mente, le varie disposizioni della legge 626 del 1994 sulla sicurezza sui luoghi di lavoro come verranno regolamentate? La valutazione del rischio in tempi post crisi da chi dovrà essere gestita? Molti altri dubbi sono legati alla dotazione tecnologica, al contributo dell’azienda per i costi legati alla connettività e gli spazi domestici ad uso ufficio.

Un altro aspetto da chiarire e che sta facendo discutere in questi giorni è il diritto alla disconnessione, che nonostante questo sia già previsto dall’art 19 della legge 81 del 2017 sul lavoro agile, sarà oggetto di studio e modifiche da parte del ministro del Lavoro.

C’è poi la questione della sicurezza dei dati aziendali che abbiamo affrontato in questa guida, e che apre un capitolo a parte, ma staremo a vedere quali saranno le future evoluzioni.

Se vuoi raccontaci la tua esperienza di Smart working e cosa vorresti migliorare?

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