Twitter mette il becco nei messaggi privati?

La piattaforma, con il proprio servizio di URL abbreviati, monitora il traffico a fini di marketing. Ma mancherebbe di informare gli utenti, che ora si propongono di combattere in una class action
La piattaforma, con il proprio servizio di URL abbreviati, monitora il traffico a fini di marketing. Ma mancherebbe di informare gli utenti, che ora si propongono di combattere in una class action

Twitter monitorerebbe gli scambi di messaggi privati fra gli utenti senza avere ottenuto il consenso preventivo da coloro che cinguettano con la mediazione della piattaforma: secondo l’attore di una denuncia che ambisce a diventare una class action, per questa intercettazione indesiderata Twitter dovrebbe pagare profumatamente.

A dimostrazione delle proprie ragioni, l’accusa chiama in causa il servizio di abbreviazione degli URL che Twitter impiega per messaggi pubblici e per messaggi privati che ormai non hanno più limiti : per abbreviare il testo dei tweet scambiati sul versante pubblico della piattaforma, Twitter li sottopone al parsing per individuare i link e comprimerli in link t.co . Questa operazione, pur completamente automatica e guidata da algoritmi, a parere dell’utente è un esempio di come Twitter “intercetti, legga, e in alcuni casi addirittura modifichi il messaggio”.
Il tutto, nel nome di un più preciso monitoraggio del traffico e del comportamento degli utenti : con l’URL abbreviato è possibile analizzare la provenienza e le azioni dell’utente e ciò consente a Twitter di dimostrare la propria influenza ai siti di destinazione dei link e dell’attenzione dei propri utenti.

Se questo meccanismo è esplicito per i cinguettii pubblici, si lamenta nella denuncia, è sottaciuto per i direct message : i link vengono visualizzati per intero, o compressi negli URL abbreviati del sito di destinazione, ma Twitter li sottopone in ogni caso ad analisi e alla trasformazione in link t.co per assicurarsi l’analisi del traffico. Nonostante ciò, la piattaforma definisce i direct message un modo per “parlare in privato” e non ottiene alcun consenso per mettere in atto questa pratica che si descrive come “scansione invasiva”.

Secondo l’accusa, Twitter si macchierebbe dunque della violazione dell’Electronic Communications Privacy Act federale e del California Invasion of Privacy Act: si chiede per questo motivo un risarcimento di 5mila dollari per ciascun utente che aderisca alla class action, da sommare a 100 dollari per ogni giorno di violazione e ad altri danni ancora da definire.

Twitter nelle proprie condizioni d’uso si riserva la possibilità “modificare o adattare i Contenuti dell’utente al fine di trasmetterli, visualizzarli o distribuirli attraverso reti informatiche e vari supporti e/o apportare le modifiche ai Contenuti che saranno necessarie per renderli conformi e adattarli agli eventuali requisiti o restrizioni di qualsiasi rete, dispositivo, servizio o supporto”: forse proprio in virtù di ciò ha definito la denuncia “senza fondamento”.
Nel recente passato, proprio la mancata comunicazione agli utenti delle pratiche di scansione automatica ha consentito a numerose cause di procedere: l’analisi algoritmica operata da Facebook , Google e Yahoo è apparsa ai giudici più o meno giustificata nel quadro delle ordinarie attività di business, mentre i dubbi dei tribunali si sono concentrati sulla parziale informativa ai danni degli utenti monitorati.

Gaia Bottà

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18 09 2015
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