UE, la proprietà intellettuale riparte da ACTA

La nuova Strategia in merito ai diritti di proprietà intellettuale sembra ripartire dal controverso accordo bocciato fra le proteste. Tra DRM e brevetti software, ruolo degli intermediari e soluzioni anticontraffazione, Punto Informatico ne parla con una delle relatrici, l'europarlamentare Alessia Mosca

Roma – Il Parlamento europeo ha approvato la settimana scorsa il rapporto sulla Strategia in merito ai diritti di proprietà intellettuale negli accordi coi Paesi terzi che serve in particolare a chiedere alla Commissione di legiferare nuovamente sulla materia, tenendo conto delle innovazioni tecnologiche e cercando di tracciare un solco tra le regole contro contraffazione di marchi e violazioni brevettuali da un lato, e la tutela del diritto d’autore dall’altro.

Il documento segue il discorso iniziato dalla Commissione europea prima con la direttiva in materia del 2004, poi con la Comunicazione sulla strategia per la protezione ed il rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale nei Paesi terzi del luglio 2014 , ma anche del fallito ACTA ( Anti-Counterfeiting Trade Agreement ) il criticato accordo internazionale fortemente voluto dagli Stati Uniti e bocciato dal Parlamento nel luglio del 2012, ma che viene ora citato esplicitamente.

Relatrice del rapporto, l’ europarlamentare del Partito democratico Alessia Mosca , che ha parlato nel dettaglio della nuova Strategia europea per la proprietà intellettuale in un’intervista con Punto Informatico e che presenta così la proposta: “Con questo testo approvato a grandissima maggioranza chiediamo alla Commissione di legiferare nuovamente sulla materia, tenendo conto delle innovazioni tecnologiche e della necessità di trattare in maniera separata la contraffazione fisicà di marchi e brevetti dalle violazioni del diritto d’autore. È necessario un approccio organico e globale, che veda il coinvolgimento e la responsabilizzazione di tutti gli attori coinvolti, produttori e consumatori, per lottare contro un fenomeno che rischia di depauperare l’Unione europea della spinta creativa e di innovazione così tanto necessaria per aiutare la ripresa economica. Sono molto soddisfatta del lavoro svolto e mi auguro che un sostegno così ampio convinca la Commissione a elaborare presto una proposta in questo senso”.

PI: Come si articola in generale la nuova strategia?
Alessia Mosca: La strategia dell’Unione Europea dovrebbe essere attenta agli interessi dei produttori e dei creativi senza però danneggiare i consumatori dei beni protetti da proprietà intellettuale. Per noi è particolarmente importante che nei prossimi anni si prendano decisioni in materia anche perché ci rendiamo conto che, senza una regolamentazione chiara all’interno della UE, risulta difficile essere convincenti in fase di negoziati bilaterali e trattative multilaterali.

Bisognerebbe innanzitutto partire dal riconoscimento del fatto che la realtà si è evoluta ad una altissima velocità e dalla necessità di differenziare fra beni fisici e beni digitali, stimolando una maggiore collaborazione con le dogane. Si può avere la migliore regolamentazione del mondo, ma se poi non si riesce a metterla in pratica si finisce per fallire.

PI: Come ci si pone rispetto ad ACTA, un accordo che sembrava fortemente caratterizzato dalle posizioni degli Stati Uniti e che, nonostante sia stato bocciato anche per questo, viene ora usato come ispirazione?
AM: ACTA era un accordo migliorabile, ma non pessimo, che sicuramente ha risentito della enorme attenzione mediatica di cui è stato al centro. La situazione di ACTA che, ripeto, non era un accordo perfetto, mi inizia a ricordare con preoccupazione quella del TTIP ( un altro argomento su cui sta lavorando l’europarlamentare Mosca, con una posizione favorevole all’apertura del dibattito in seno alle istituzioni europee, ndr ).

È aumentata la trasparenza con cui si conducono e concludono accordi commerciali, e proprio per questo è necessario essere maggiormente trasparenti nel descrivere il reale contenuto di questi accordi senza lasciare spazio alla propaganda e alla eccessiva ideologizzazione.

PI: Approfondendo l’analisi del testo ora proposto e partendo dalle critiche ad un modello fallito come ACTA, come ci si rapporta rispetto alle posizioni in materia di DRM e anti-circumvention measure?
AM: Continuo a ritenere che si debba trovare una modalità per la quale gli Internet Provider siano sgravati da responsabilità nel caso di traffico illegale generato dai rispettivi clienti. Credo, per questo, che sia fondamentale stimolare una migliore collaborazione con i detentori dei diritti, che potrebbero fornire i dati identificativi.

Su questo punto ACTA aveva preso alcuni impegni che ritengo positivi e che necessariamente passano per il coinvolgimento dei provider nella lotta alla pirateria digitale.

PI: Nel dettaglio, nel testo si sono affrontate questioni fondamentali come la gestione dei DRM e le anti-circumvention measure?
AM: Per quanto riguarda le misure anti circumvention, nel rapporto abbiamo preferito indicare una direzione da seguire piuttosto che entrare in tecnicismi che non ritengo opportuni in questa fase.

A maggior ragione dopo il fallimento di ACTA, dobbiamo secondo me capire se c’è, ed io ne sono convinta, una linea guida che unisce il maggior numero possibile di soggetti interessati, da cui partire per identificare le sfide principali e a quel punto superarle grazie alla collaborazione di tutti.

PI: Nel suo documento si parla di un “adeguato riconoscimento economico” per le produzioni creative dei cittadini europei che vanno “dai brani musicali ai software”. Che significa rispetto ai software ed al dibattito sulla loro possibile protezione attraverso brevetto?
AM: Per quanto riguarda i software dobbiamo riflettere attentamente su quale sia la strada migliore perché è il settore che probabilmente crescerà di più nei prossimi anni. Non è infatti ammissibile che vi siano definizioni legali differenti, ed in alcuni casi non di poco, tra i vari Paesi. È necessario inoltre operare una profonda riflessione rispetto a quali limiti sia opportuno porre per continuare a incoraggiare l’innovazione, che ci permetta di capire fin dove ci si può spingere evitando un appiattimento della ricerca sul campo, che avrebbe solamente ripercussioni negative sul mercato. PI: Si parla anche di separazione tra la contraffazione “fisica” di marchi e brevetti dalle violazioni del diritto d’autore: come pensa possa rappresentare una semplificazione della materia? In particolare, non sembra un passo indietro, soprattutto nel dibattito che vede sempre più coincidere vendita di beni contraffatti con registrazione abusiva di nomi a domini coincidenti a marchi registrati e sempre maggiore sviluppo di beni costitutivi dall’integrazione di hardware e software o in generale di fisico e proprietà intellettuale (un libro, un dvd ecc.) e dalla sempre maggiore integrazione sia a livello normativo che di consuetudine tra la vendita fisica e la vendita digitale?
AM: Purtroppo non bisogna distinguere solamente tra beni fisici e digitali ma, come peraltro messo in evidenza nel mio rapporto, introdurre una ulteriore differenziazione relativa alla vendita dei beni stessi. E, se per quanto riguarda il trasferimento dei beni fisici è fondamentale rafforzare la collaborazione con le dogane, quando si tratta di trasferimento di beni digitali dobbiamo stimolare una maggiore collaborazione con chi gestisce i flussi on line. Il Memorandum of Understanding firmato da eBay e altri giganti di internet nel maggio 2011 è un primo passo fondamentale verso una maggiore presa di responsabilità da parte dei providers stessi e di una loro maggiore, più efficace e, soprattutto, concreta collaborazione, nella lotta al trasferimento di beni fisici contraffatti per via digitale.

PI: Altre proposte contenute all’interno del documento ora votato, come l’introduzione di un obbligo per le banche di sanzionare automaticamente le frodi in Internet appaiono quanto meno inattuabili, sia perché non è scontata la verifica di una violazione di proprietà intellettuale sia per la natura globalizzata ed internazionale del commercio online. Si lavorerà a un impianto internazionale per il rispetto della proprietà intellettuale – una sorta di polizia internazionale specializzata – o piuttosto a far pressione affinché tutti gli Stati adottino tali forme di sanzione integrandole ai rispettivi sistemi giurisprudenziali?
AM: Il mio rapporto arriva in risposta ad una Comunicazione della Commissione Europea che ha voluto stimolare un tanto atteso dibattito sul tema per la prima volta dopo il fallimento di ACTA. Per questo motivo, mi sono sentita libera di proporre un ragionamento (e, si noti bene, non una regolamentazione) che potesse includere il maggior numero possibile di soggetti interessati ai trasferimenti on line. Mi rendo conto dell’esistenza di problemi pratici in questa misura ma resto convinta che solo con la collaborazione di tutti riusciremo ad aggiornare la difesa della proprietà intellettuale ai nostri tempi.
Penso, inoltre, sia necessario porsi l’obiettivo di medio periodo di un controllo come minimo a livello comunitario, in vista di una condivisione di dati a livello internazionale. Come, però, ricordavo anche prima, è importante che tutti i Paesi si rendano conto del fatto che difendere la proprietà intellettuale è un interesse di tutti.

PI: L’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale dovrà essere dotato delle risorse necessarie a garantire il suo pieno funzionamento e la totale indipendenza di gestione. Può entrare nel dettaglio?
AM: Troppo spesso a livello comunitario abbiamo pensato di risolvere i problemi creando un nuovo ente che, dopo un primo momento di grande pubblicità mediatica, non è riuscito a lavorare in maniera efficace per mancanza di personale specializzato, potere decisionale o di sanzioni o più banalmente perché “chiuso” da un altro ente. È arrivato il momento di voltare pagina: a mio parere l’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale sarebbe il miglior modo per essere efficaci in questo campo. Può funzionare, però, solo se gli viene riconosciuto un ruolo guida, se gli vengono assegnate risorse umane ed economiche adeguate e se altre istituzioni non si pongono in concorrenza, o addirittura in contrasto aperto, con il suo operato.

PI: Rispetto alla volontà di fare pressione sull’ICANN come si intende procedere? Le procedure specifiche di arbitrato per la rivendicazione già previste dall’ICANN già permettono, attraverso la Trademark Clearing House, il rispetto dei marchi collettivi e dei segni distintivi riconosciuti dalle normative europee. Come altro potrebbe intervenire ICANN?
AM: ICANN è un sistema interessante e che merita una riflessione, ciò nonostante dobbiamo fare attenzione nel differenziare fra i marchi già riconosciuti dalle normative europee (e che sono protetti) e quelli che ancora non lo sono e che verrebbero danneggiati eccessivamente dal sistema.
Ad ogni modo, la gestione della rete e dei domini è una questione tecnica e la rete deve restare neutrale e non in preda all’anarchia. L’ICANN deve mantenere e approfondire il suo ruolo di amministratore del sistema degli IP, con sempre maggiore indipendenza da revisioni periodiche effettuate da un solo governo e dovere di rendicontazione esterna nei confronti di panel di controllo indipendenti. L’impegno del Parlamento Europeo in materia non può venire, né si può prescindere da un confronto con ICANN, prima di tutto per spiegare il funzionamento del sistema, e in un secondo momento per intervenire nel modo meno invasivo ma più efficace possibile.

PI: Altro punto molto critico in ACTA è quello delle Indicazioni Geografiche particolarmente rilevanti per l’economia del Vecchio Continente, ma spesso dimenticata in fase di contrattazione internazionale dai rappresentanti delle istituzioni. Che attenzione è stata posta a questo aspetto? Si parla di considerazione all’interno dell’area di marchi, tale accostamento non rischia di veder snaturata in sede di negoziazione la peculiarità delle indicazioni geografiche, basate sulla tradizione e non sulla novità?
AM: Come ormai è chiaro a tutti, le Indicazioni Geografiche sono una delle priorità del Sistema Italia e sia in fase legislativa che in fase di trattative con altri stati si sta facendo di tutto per poter riconoscere loro un peso maggiore. Non a caso, proprio in queste settimane sono relatrice per un’opinione su un eventuale allargamento delle IG ai prodotti non agricoli. Ciò detto, dobbiamo prendere atto del fatto che l’UE è un’unione di 28 Paesi con differenti interessi e priorità e che esiste una maggioranza che guarda con sospetto a questo strumento. Proprio per questo, pur mantenendo alta l’attenzione sull’obiettivo ultimo di un riconoscimento tout-court, è necessario pensare a soluzioni alternative, come l’obbligo stringente di etichettatura non ingannevole (ad esempio, la mozzarella del Wisconsin non può avere la forma dello Stivale nell’etichetta).

a cura di Claudio Tamburrino

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