Un'occasione perduta

Un'occasione perduta

di Alessandro Bottoni - La sentenza svedese è una sconfitta per chi ha crede di aver ottenuto una vittoria. Insistere su certi temi non farà altro che condannare certi modelli di business all'estinzione
di Alessandro Bottoni - La sentenza svedese è una sconfitta per chi ha crede di aver ottenuto una vittoria. Insistere su certi temi non farà altro che condannare certi modelli di business all'estinzione

La notizia è di quelle che lasciano l’amaro in bocca:

“Stoccolma ha ora emesso il verdetto. Condannato Peter Sunde, condannato Fredrik Neij, condannato Gottfrid Svartholm, condannato Carl Lundström. Sarebbero colpevoli di aver agevolato la violazione del diritto d’autore: dovranno corrispondere un risarcimento pari a oltre 2,7 milioni di euro, dovranno scontare una pena di un anno di carcere a testa. Poco importa che The Pirate Bay non ospiti contenuti: la Baia sarebbe uno strumento capace di facilitare le violazioni, violazioni ritenute gravi”

( Da “The Pirate Bay, tutti colpevoli” di Gaia Bottà, apparso su Punto Informatico il 17 Aprile 2009 )

Ma cosa è successo veramente?

Un’occasione mancata
Come hanno fatto notare Gaia e molti altri giornalisti, è successo che si è persa un’occasione storica di ripensare il concetto stesso di “mercato dei contenuti” e di “diritto di copia”. Invece di accanirsi inutilmente su quattro giovani che hanno avuto il coraggio di dire a voce alta quello che tutti pensano, e che hanno avuto il coraggio di fare alla luce del sole ciò che tutti fanno nell’ombra, si poteva e si doveva cogliere questa occasione per ridiscutere i meccanismi di questo mercato.

Questo però non è nei poteri della magistratura giudicante svedese e quindi non ci si deve sentire offesi per questo. Deve essere un parlamento a deliberare su questo punto, possibilmente il Parlamento Europeo, non la magistratura.

Un pericolosissimo precedente
Si è anche creato un pericolosissimo precedente. Se chi gestisce un sito può essere ritenuto responsabile di cosa ne viene fatto, allora povero Google, povero YouTube, povero Facebook, povero World Wide Web e poveri noi. Proprio il fatto che questo precedente vada a colpire gli interessi economici di colossi come Google fa pensare che la cosa non sia finita qui.

Per capirci: l’Italia, nel 2007, ha avuto un PIL di circa 1.800 miliardi di dollari (milleottocento miliardi di dollari). Google, nel 2008, ha fatturato oltre 6.600 miliardi di dollari (seimilaseicento miliardi di dollari). In un mondo in cui ha ragione chi può pagarsi l’avvocato migliore, queste cifre parlano da sole.

Una dichiarazione di guerra
Questa sentenza ha anche il sapore di una dichiarazione di guerra. Ora che si è dimostrato (per l’ennesima volta) con quale tallone di ferro si pretende di schacciare un fenomeno sociale ormai dilagante ed inarrestabile, chi si farà più fermare da un qualunque senso di colpa prima di scaricare qualcosa illegalmente? D’ora in poi, l’unico freno sarà quello tecnico: “se mi è beccano è male, se non mi beccano è bene”. Ed infatti, subito dopo l’annuncio della sentenza, la mia mailbox è stata intasata da messaggi come il seguente.

“Non compravo più CD e DVD da un pezzo ma ora ho giurato a me stesso che non darò mai più un soldo a questi parassiti. Non solo non acquisterò più nulla da loro ma non andrò nemmeno ai loro concerti e non andrò a vedere i loro film. Con me hanno chiuso.

Farò tutto il possibile per danneggiarli, partendo proprio dal diffondere il materiale di cui entro in possesso sulla scala più vasta possibile. E li voglio proprio vedere a beccarmi! Devono chiudere! Devono andare a spaccare delle pietre in una miniera per sopravvivere!”

Personalmente, faccio un po’ fatica a credere che il fatto di essere riusciti a scatenare un odio così viscerale e così definitivo nei propri clienti possa essere considerato una vittoria. Faccio fatica a pensarlo soprattutto perchè in questo momento sto proprio scaricando un file di circa 5Gb, a diversi Mb/sec di velocità, da un computer che si trova tre piani sopra la mia testa ed un paio di rampe di scale più a est, usando la scheda Wi-Fi del mio portatile ed un banalissimo programma di servizio (scp, per i tecnici).

La connessione è cifrata per sicurezza ma, anche se non lo fosse, chi potrebbe mai venirmi a contestare qualcosa? Il traffico NON sta passando da Internet. Nessuno può vederlo. Al massimo, usando una scheda WiFi ricevente (una scheda settata in “promiscuous mode”) si può vedere che esiste un traffico ma è impossibile stabilire di cosa si tratti e, in ogni caso, per identificare i computer che si trovano ai due estremi del canale è necessaria una triangolazione radio. Roba da professionisti.

Nel mio caso, sto scaricando una distribuzione Linux (OpenSuse DVD version), ma cosa mi impedirebbe di fare lo stesso con il filmone Harry Potter VI di prossima uscita? Cosa mi impedirebbe di farlo da uno smartphone mentre aspetto il treno o mentre partecipo ad una conferenza? Francamente mi sembra che, in un mondo che fornisce questo tipo di strumenti tecnici agli utenti, non sia proprio il caso di scatenare delle guerre.

L’annuncio della fine
Secondo il mio modestissimo punto di vista, infatti, la sentenza contro ThePirateBay è in realtà l’annuncio della fine per l’industria dei contenuti.

Ormai è chiaro che questi imprenditori non sapranno mai adattarsi alla nuova realtà di mercato. Non lo hanno saputo fare in questi ulimi dieci anni e non lo sapranno fare in futuro. A questo punto anche gli utenti più onesti si toglieranno i guanti e li costringeranno a chiudere. Togliersi dai piedi questi ottusi dinosauri è infatti l’unico modo di permettere al mondo di avere la sua inevitabile evoluzione. Altri operatori, più agili e più moderni, prenderanno il loro posto. Gli strumenti non mancano. Date un’occhiata, per esempio, a OneSwarm o ad Anomos .

Peccato. Noi avevamo tentato di spiegare a questi imprenditori che potevano ancora salvarsi. Sarebbe bastato accettare l’idea che non si può più costringere l’utente ad acquistare un prodotto alle condizioni stabilite unilateralmente dal venditore. Non ci sono più le condizioni tecniche per un simile ricatto. Si può solo offrire al potenziale cliente un prodotto appetibile, allineato con la realtà del mercato, e sperare di riuscire ad affascinarlo.

Sarebbe bastato vendere i film ad un paio di euro l’uno, su Internet, senza protezioni DRM, per salvaguardare il mercato del cinema abbastanza da permettergli di sopravvivere. Ma nessun sito web è mai stato autorizzato a farlo e questo ha costretto gli utenti a rivolgersi al mercato nero del P2P. Sarebbe bastato vendere i brani musicali a dieci centesimi l’uno, senza DRM, su una serie di siti web per salvaguardare il mercato musicale. Nessuno si sarebbe mai dato la pena di “piratare” alcun brano musicale se fosse esistita questa alternativa. Ma solo di recente alcuni siti web sono stati autorizzati a vendere pochi brani in questo modo ed a prezzi che sono comunque esorbitanti per la reale natura del servizio. La normalità del mercato “legale” è ancora rappresentata dai CD e dai file protetti da DRM, ascoltabili solo su determinati dispositivi.

Francamente, non c’è da piangere sulla tomba di questi operatori economici. Sono state la loro rigidità, la loro avidità e la loro arroganza ad ucciderli, non la pirateria.

Alessandro Bottoni
Segretario Partito Pirata Italiano
www.alessandrobottoni.it

Tutti i precedenti interventi di A.B. su Punto Informatico sono disponibili a questo indirizzo

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Pubblicato il
20 apr 2009
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