USA, anche Amazon e Microsoft contro l'ordine di Trump

Due pesi massimi dell'industria ITC si schierano al fianco del procuratore di Washington che ricorrerà contro il blocco sull'immigrazione. Pure Expedia è della partita, sciopero di protesta per Google

Milano – Sta assumendo caratteri sempre più decisi la battaglia ideologica portata avanti dalle aziende tecnologiche statunitensi, invero fino a questo punto rimaste fuori dall’agone politico durante tutta la campagna presidenziale, contro uno dei primi atti dell’era Trump: l’ ordine esecutivo che ha bloccato gli ingressi da sette paesi giudicati a rischio terrorismo ha fatto saltare sulla sedia diversi CEO, tra cui si può ora annoverare ufficialmente anche quel Jeff Bezos che durante la campagna era stato anche additato dal neo-presidente come uno dei suoi avversari politici, per via della gestione del Washington Post che è di sua proprietà.

Jeff Bezos è sceso di persona in campo per dichiarare che la sua azienda, Amazon, si mette a disposizione del procuratore generale dello stato di Washington (Seattle è dove Amazon ha il suo quartier generale) che ha già dichiarato di aver intenzione di mettere alla prova in una corte federale la solidità dell’ordine emanato da Trump . Per ora non è chiaro quale aspetto legale il procuratore intenda contestare, probabile si farà riferimento alla Costituzione degli Stati Uniti e ai suoi emendamenti, ma pare chiaro che quello che un colosso dell’e-commerce come Amazon potrà testimoniare sarà il danno economico che questo tipo di legge potrebbe causare alle sue attività.

Come se ciò non bastasse, Bezos ha anche dato mandato ai suoi lobbisti a Washington DC di parlare con i parlamentari di riferimento di ambo gli schieramenti per chiarire la posizione di totale contrarietà di Amazon rispetto a questo ordine esecutivo. Accanto alla via giudiziaria, quindi, si avvia anche quella legislativa: anche all’interno delle camere della capitale si è già levato qualche mugugno e più di qualche protesta rispetto a un provvedimento che – sebbene altro non sia che la ovvia conclusione delle dichiarazioni e delle promesse fatte da Trump durante la campagna elettorale – da molti viene visto come un attacco alla base stessa dei valori fondanti degli USA.

Ci sono altre due grosse aziende che hanno la loro sede principale nello stato di Washington, ovvero Expedia e Microsoft . Sia la prima , marchio per antonomasia dei viaggi online, sia la seconda hanno fatto sapere di essere pronte a sostenere l’impegno del procuratore nel contestare l’ordine esecutivo di Trump. Con l’arrivo delle dichiarazioni del governatore dello stato, un democratico anch’egli come il procuratore, si è dunque formato un fronte comune e compatto sia dal lato della politica che da quello dell’imprenditoria tecnologica da Fortune 500.

Se a questo si unisce l’altrettanto deciso fronte trasversale della California , con Google che è addirittura scesa in sciopero per protestare contro la decisione, senz’altro è in arrivo qualche grattacapo per il Presidente. L’elettorato di riferimento di Trump non è costituito sicuramente dai cosmopoliti manager delle grandi aziende : ciò nonostante, per condurre in porto l’altro slogan che ha caratterizzato la sua campagna tutta mirata a “rendere l’America di nuovo grande”, Trump ha bisogno del supporto dell’industria. E, a oggi, senza dubbio l’industria tecnologica costituisce uno dei principali veicoli di crescita di un’economia matura come quella statunitense.

Luca Annunziata

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