USA, linko dunque diffamo

Per una corte texana basta un collegamento per commettere un atto di diffamazione. Dal momento che metterebbe ben in evidenza il contenuto diffamatorio. Allo stesso modo di una pubblicazione su carta o su web
Per una corte texana basta un collegamento per commettere un atto di diffamazione. Dal momento che metterebbe ben in evidenza il contenuto diffamatorio. Allo stesso modo di una pubblicazione su carta o su web

Si tratta di una sentenza che ha messo in allarme gli attivisti della Rete, da quelli di Electronic Frontier Foundation (EFF) sino alla Reporters Committee For Freedom Of The Press (RCFP). Una corte texana ha stabilito che il semplice invio via posta elettronica di un link possa bastare come prova evidente di diffamazione .

Al centro della bufera si era ritrovato il cittadino statunitense William Perry, precedentemente socio in affari di un sindaco texano di nome David Wallace. Una relazione professionale gestita male e finita peggio, precisamente con un’inchiesta su una probabile bancarotta fraudolenta a carico di Perry.

Ma l’allarme di EFF e RCFP non è certo scattato su questo punto delle indagini. Bensì su una decisione del giudice texano relativa all’invio da parte di William Perry di un particolare messaggio di posta elettronica. Contenente un link all’articolo di un blog a stelle e strisce , che collegava il sindaco Wallace a trame piuttosto oscure.

Nel dettaglio, Wallace avrebbe avuto contatti stretti con il figlio dell’ex- lady di ferro britannica Margaret Thatcher, in vista di un piano strategico per scalzare le attuali autorità della Guinea Equatoriale . Una storia completamente fasulla, almeno secondo il sindaco a stelle e strisce.

Wallace aveva quindi denunciato Perry per diffamazione, ottenendo adesso la decisione a lui favorevole del giudice. Secondo la corte, la presenza di un link sarebbe sufficiente per stabilire l’evidenza di un contenuto diffamatorio, soprattutto perché lo metterebbe ben in mostra nei confronti di terze parti .

In pratica, un link avrebbe il medesimo valore di una pubblicazione, cartacea o online. Una sentenza diametralmente opposta a quella di una corte californiana , che aveva assolto una donna dal reato di diffamazione, in quanto le parole pubblicate sul suo sito non erano sue ma prese in prestito. Ma quella texana è anche una decisione molto simile a quella emessa in Canada , dove la Corte Suprema aveva ordinato ai giornalisti di fare molta attenzione con i collegamenti ipertestuali.

Mauro Vecchio

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10 06 2010
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