USA, sexting o privacy?

Un poliziotto a stelle e strisce beccato a sessaggiare con un cercapersone fornito dal comune. Dato un limite imposto di caratteri, aveva pagato per quelli in più. Per l'uomo, si è trattato di violazione della privacy
Un poliziotto a stelle e strisce beccato a sessaggiare con un cercapersone fornito dal comune. Dato un limite imposto di caratteri, aveva pagato per quelli in più. Per l'uomo, si è trattato di violazione della privacy

Si tratta di un caso che potrebbe avere un impatto significativo sulla già delicata questione della privacy in ambito lavorativo . Specie per tutti quei dipendenti avvezzi alle attuali tecnologie di comunicazione, dalle email ai brevi messaggi di testo. Sarà la suprema corte statunitense a pronunciarsi per ultima su una vicenda di sexting che ha avuto origine nel lontano 2001.

Nel 2001 la città di Ontario, in California, dotava di una serie di cercapersone varie autorità locali, tra cui i membri della squadra Special Weapons And Tactics (SWAT). Dispositivi certamente utili per comunicare in tempo reale, anche attraverso l’invio di messaggi testuali. Con un vincolo: i vari dipendenti non avrebbero dovuto oltrepassare la soglia di 25mila caratteri al mese .

I possessori che avessero messaggiato oltre tale misura avrebbero quindi provveduto a pagare le comunicazioni aggiuntive di tasca propria. E così aveva iniziato a fare il sergente SWAT Jeff Quon colto in flagrante dai suoi superiori ad inviare quasi 30 SMS a turno di lavoro senza che questi fossero particolarmente legati a crimini e operazioni speciali. Tutt’altro: si trattava di messaggi dal forte sapore erotico , inviati sia alla moglie che all’amante.

Ma quest’ultimo dettaglio si era venuto a sapere soltanto dopo, quando i superiori del sergente Quon avevano deciso di denunciarlo alle autorità cittadine . L’uomo aveva iniziato a pagare per i messaggi in più , ma i suoi capi si erano alla fine scocciati di raccogliere ogni mese i soldi per poi rigirarli alla città e all’operatore. O forse di vedere il sergente eccessivamente impegnato con dita e tasti.

La città di Ontario aveva a quel punto analizzato i messaggi, trovandovi i piccanti contenuti. Una violazione della privacy bella e buona, almeno secondo il sergente Jeff Quon. Soprattutto dal momento in cui l’uomo aveva regolarmente pagato per i caratteri aggiuntivi, non andando a sfruttare le risorse tecnologiche fornite dalle autorità comunali. Che tuttavia gli hanno ricordato che ci sono delle particolari policy a stabilire che certe comunicazioni a mezzo elettronico non sono private .

Quon aveva quindi fatto causa sia alla città di Ontario che all’operatore, sorprendentemente insieme sia alla moglie che all’amante. E, nel 2008, una corte a stelle e strisce gli aveva anche dato ragione. Ora, interverrà la Corte Suprema, per decidere se ci sia effettivamente stata una violazione dei diritti alla riservatezza e per fare ulteriormente luce sulle possibilità personali di comunicazione in ambito lavorativo.

Mauro Vecchio

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23 04 2010
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