USA, tecnoperquisizioni senza mandato?

La polizia ispeziona cellulari e fruga fra foto e messaggini alla ricerca di prove senza l'autorizzazione del giudice. Una pratica che la legge non sembra regolare con chiarezza
La polizia ispeziona cellulari e fruga fra foto e messaggini alla ricerca di prove senza l'autorizzazione del giudice. Una pratica che la legge non sembra regolare con chiarezza

Roma – Frugare fra i contenuti del telefonino di un sospetto, sfogliare i messaggi ricevuti e inviati, controllare l’agenda, confrontare la rubrica con quella di individui già assicurati alla legge è una pratica comune presso le forze dell’ordine statunitensi. Ma i giudici discordano riguardo alla legalità dell’atto: ci sono magistrati che non esitano nel decretare la perquisizione del telefonino una pratica assolutamente indispensabile, ci sono magistrati che esitano, e raccomandano alle forze dell’ordine di ottenere un mandato.

A testimoniare l’incertezza che aleggia sul diritto alla riservatezza dei cittadini degli States sono due casi che si snodano paralleli fino al confronto con il tribunale, incaricato di valutare lo status delle tecnoperquisizioni compiute dalle forze dell’ordine.

Il primo caso, avvenuto in Georgia, ha avuto come protagonista l’agente Chester Balmer. Era il maggio 2007: l’agente si è precipitato presso l’indirizzo che corrispondeva alla segnalazione, convinto di imbattersi in un pick-up argentato scosso dal furore amoroso di una coppia. Balmer ha invitato la coppia a smontare dall’auto, ha ottenuto il permesso di dare un’occhiata all’interno del veicolo. Vi ha rinvenuto dei cristalli di crack, ha arrestato l’uomo che guidava l’automobile, tale Bernard McCray. Balmer ha ritenuto opportuno perquisirlo e non ha omesso di frugare nel telefonino dell’uomo: delle foto troppo esplicite che ritraevano una adolescente hanno procurato a McCray delle nuove accuse. Che il legale della difesa ha respinto: le immagini archiviate sul cellulare di McCray non avrebbero potuto costituire delle prove in quanto racimolate dall’agente senza disporre di un mandato, in violazione del quarto emendamento della Costituzione.

Il secondo caso ha come scenario una retata antidroga avvenuta in Florida. Aaron Wall, agguantato dalle forze dell’ordine, è stato condotto in carcere. L’uomo è stato invitato a consegnare i beni in suo possesso: l’agente della DEA Dave Mitchell ha esaminato i telefonini di Wall, ha scattato delle foto di numerosi SMS salvati dall’accusato.

Il primo caso è stato preso in considerazione dal giudice Edenfield, che ha stabilito la liceità dell’atto compiuto dall’agente Balmer. La tempestiva ispezione condotta senza mandato, a parere del magistrato, rientra nelle pratiche raccomandate agli agenti per disarmare e rendere innocuo il soggetto fermato, per accumulare delle prove che potrebbero altrimenti venire distrutte . Il giudice ha ricordato che le perquisizioni si estendono ai contenitori di cui il soggetto è in possesso: il telefonino è considerato alla stregua di un ” contenitore elettronico “, un archivio di informazioni che potrebbero assumere il valore di prove.

Del secondo caso si è occupato il giudice Zloch, giunto ad una conclusione di segno opposto. La perquisizione senza mandato è stata giustificata dall’agente Mitchell con le routine della DEA e con l’eventualità che l’esaurimento della batteria o eventuali impostazioni del telefonino non consentissero al magistrato di emettere un ordine in tempo per poter accumulare informazioni sul conto dell’uomo arrestato. Il giudice Zloch ha respinto le argomentazioni dell’agente: “I contenuti di un messaggio – spiega il magistrato – non rappresentano un pericolo per l’incolumità dell’agente responsabile dell’arresto o per altri”. Per questo motivo non è giustificabile invadere la privacy di un individuo senza che un giudice abbia dato l’autorizzazione a procedere: insinuarsi nei contenuti di un SMS “è paragonabile all’apertura di una lettera chiusa”, e ispezionare la corrispondenza richiede un mandato.

La disciplina è fumosa, i giudici discordano fra loro, gli agenti restano zelanti nell’effettuare perquisizioni dei contenitori elettronici per racimolare prove, anche qualora non nutrano alcun sospetto nei confronti del soggetto fermato. La stessa situazione in cui i cittadini rischiano di imbattersi alla frontiera degli States, dove le ispezioni arbitrarie e i sequestri a campione di laptop sono autorizzati dalla legge. Ai cittadini non resta che giocare d’anticipo: una password non rappresenta un contenitore che le forze dell’ordine possano ispezionare, per costringere un cittadino a rivelare una password è necessaria , negli States, l’autorizzazione di un giudice.

Gaia Bottà

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14 01 2009
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