Venezuela: criptomoneta Petro non pervenuta

Introdotta dal presidente venezuelano come strumento in grado di trascinare il paese fuori dalla crisi: ad oggi non vi è traccia concreta.

Una criptovaluta per uscire da un periodo di recessione economica che in Venezuela si trascina da ormai un lustro. Così alla fine dello scorso anno Nicolás Maduro aveva descritto Petro (o Petromoneda), una moneta virtuale introdotta poi ufficialmente a febbraio con l’obiettivo di arginare l’inflazione ormai fuori controllo del bolívar, finanziata dalle risorse petrolifere e minerarie del paese, in particolare quelle presenti nell’area di Atapirire.

Petro, la criptovaluta della ripresa

Cinque miliardi di barili d’oro nero pronti per essere estratti, così da innescare una crescita di cui necessita buona parte dei circa 30 milioni di venezuelani. Il rilancio di un’intera nazione che passa dalla blockchain, la dimostrazione concreta di come la risposta alle difficoltà di uno stato possa essere ricercata nelle nuove prospettive disegnate dall’universo FinTech, la panacea di ogni male. L’equivalente di 3,3 miliardi di dollari già in circolazione, stando a recenti dichiarazioni del presidente. Questa la teoria, la visione.

Di natura ben differente, invece, la realtà che emerge da una verifica sul campo. Le testimonianze raccolte da Reuters dipingono un quadro costellato di contraddizioni e promesse non mantenute. Gli impianti d’estrazione nella zona interessata sono fermi o non hanno incrementato la loro attività, la compagnia di stato PDVSA sembra non disporre dei mezzi necessari per dare il via alle operazioni e della criptomoneta non vi è traccia se non in poche discussioni online.

La posizione di Atapirire, in Venezuela

Dal white paper che descrive la criptovaluta si apprende che le transazioni sono gestite attraverso NEM, blockchain decentralizzata organizzata da una realtà non-profit di Singapore i cui responsabili rimangono al momento anonimi. Nessun negozio fisico in Venezuela accetta pagamenti in Petro, le informazioni ufficiali sull’ICO iniziale scarseggiano e da un portavoce del ministero responsabile dell’iniziativa giungono parole poco rassicuranti: nessuno avrebbe fino ad oggi avuto modo di impiegare la moneta poiché tutto sarebbe ancora fermo a una fase di sviluppo. A pesare anche l’ordine esecutivo firmato da Trump che di fatto impone di non utilizzarla poiché ritenuta uno strumento messo in campo al fine di aggirare le sanzioni statunitensi nei confronti del paese sudamericano.

Tutto tace

Presso il Ministero delle Finanze non vi è traccia nemmeno dell’agenzia Superintendence of Cryptoassets delegata a monitorarne la circolazione e il sito ufficiale non risulta raggiungibile, così come il suo numero uno Joselit Ramirez, da cui non giungono informazioni o risposte né attraverso i canali istituzionali né mediante i profili social privati. L’unica certezza riguarda il valore di un Petro fissato inizialmente in 66 dollari, lo stesso di un barile di petrolio venezuelano.

Ciò che sembrava poter costituire uno sbocco, il primo passo verso la via d’uscita da una profonda e lunga crisi, rischia di trasformarsi in un boomerang e contribuire a peggiorare ulteriormente la situazione economica e la reputazione di un paese già in ginocchio, soggetto a sanzioni e con una guida messa sempre più in discussione, entro i propri confini e a livello internazionale.

Fonte: Reuters

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  • Blobay scrive:
    La chiamano criptomoneta, ma tale non sarà e di virtuale avrà solo il nome ed i debiti. In realtà sarà una specie di cambiale legata al quantitativo di petrolio disponibile nel sottosuolo, ma(nota bene) che deve ancora essere estratto. Quindi un modo come una altro per garantire il debito nazionale, legato però non al territorio, ma alle risorse naturali.
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