Veoh, dalle carte bollate al fallimento

Ha vinto in tribunale, ma ha fallito nel business. Veoh avvia le procedure per la bancarotta controllata e addossa tutta la colpa a Universal e alla sua denuncia senza basi legali

Roma – Come Joost, Babelgum e YouTube, Veoh è stato un portale di video sharing che ha provato, durante la seconda metà della decade scorsa, a conquistarsi una fetta importante della torta del crescente mercato dei contenuti video. Ma come Joost e al contrario di YouTube (poi acquisito da Google), Veoh si è dovuto arrendere alla sorte avversa, al bullismo legale delle major e a una certa scarsità di utenti dichiarando bancarotta e annunciando la cessazione di tutte le attività con tanto di licenziamento di tutto lo staff ancora impiegato presso la società.

Veoh si era negli anni guadagnata una certa popolarità sulla stampa specializzata per essere riuscita a raggranellare fondi di investimento notevoli, una somma superiore ai 70 milioni di dollari concessa da attori di prestigio inclusi Adobe, Goldman Sachs, Intel, Time Warner e altri.

Ma assieme alla popolarità tra gli investitori, la stella nascente del video sharing e dello user generated content ha attirato su di sé le attenzioni delle major del multimediale e in particolare della grande sorella del disco Universal Music Group , che ha provato in tutti i modi a far condannare Veoh per la presunta infrazione del copyright a causa dei suddetti UGC.

La lunga battaglia legale con UMG Veoh l’ha vinta verso la fine dell’anno scorso, ma il tempo e le energie spesi nei tribunali hanno sostanzialmente drenato tutto il potenziale della società che non si è più ripresa nonostante i tagli di personale e la promessa di nuovi finanziamenti utili a contrastare anche l’appello della major musicale.

È così successo che, complice la perdita di popolarità e la posizione conquistata da YouTube nel settore, Veoh si è infine arresa agli eventi licenziando il resto del personale e chiedendo la protezione delle norme che regolamentano la bancarotta controllata negli Stati Uniti. Resta il dubbio sull’evolvere dell’appello di Universal, ora che il portale sta per chiudere mestamente i battenti.

lfonso Maruccia

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