A maggio, i licenziamenti tech hanno toccato il massimo mensile degli ultimi anni. L’AI è stata la ragione più tirata in ballo. La logica sembra ovvia, se l’AI scrive codice, servono meno software engineer. Oracle lo ha scritto pure nel documento ufficiale presentato alla SEC. I CEO lo dicono nelle conference call. Anthropic avverte che l’AI potrebbe eliminare metà dei lavori d’ufficio entry-level in cinque anni.
Ma i dati sulle assunzioni raccontano una storia diversa. Secondo SignalFire, il lavoro da software engineer è stato il più resistente alle turbolenze del mercato nel 2025.
L’AI doveva sostituire i software engineer: i dati dicono il contrario
Le assunzioni totali nelle grandi aziende tech sono calate del 25% rispetto ai livelli del 2019. Le assunzioni di ingegneri informatici sono calate solo dell’11%.
I programmatori hanno rappresentato il 55% di tutte le nuove assunzioni nel 2025 nelle 12 aziende che SignalFire classifica come “Tech Majors”, ovvero Alphabet, Meta, Apple, Amazon, Microsoft, Netflix, NVIDIA, Tesla, Uber, Airbnb, Block e Stripe. Nel 2019 erano il 46%. Nelle startup early-stage, le assunzioni di ingegneri sono aumentate del 7% rispetto al 2019.
Il paradosso di Jevons
Se l’AI sostituisse davvero i programmatori, le assunzioni di software engineer sarebbero le prime a calare nella contrazione attuale del settore tech. Invece, la quota di ingegneri sul totale delle assunzioni sta crescendo, non calando.
Jensen Huang di NVIDIA ha respinto direttamente la teoria. Secondo il CEO, l’AI rende i software engineer più produttivi, non meno necessari: il codice si genera più in fretta, ma servono continuamente nuove idee da sviluppare.
È il paradosso di Jevons: se gli sviluppatori diventano più produttivi grazie all’AI, le aziende non assumono meno persone. Tendono invece a realizzare più prodotti, funzionalità e progetti, e quindi il lavoro complessivo aumenta.