App, una madre contro Google

Basta inserire una password per dare il via a 30 minuti di acquisti in-app sconsiderati: i minori, inconsapevoli, ne approfittano; Google pure. I genitori si mobilitano

Roma – Offrono gratuitamente la prima dose di intrattenimento e poi illustrano le meraviglie a cui si potrebbe accedere, se solo si contribuisse con una piccola spesa. Una concessione che i genitori non negano ai propri pargoli, che ha però l’effetto di lasciarli liberi, per 30 minuti, di sbizzarrirsi negli acquisti più incauti. I meccanismi degli acquisti in-app delle applicazioni per Android sono costati 65,95 dollari a una madre statunitense: ora tenta di rivalersi su Google, rivolgendosi alla giustizia .

Ilana Imber-Gluck, madre di due bimbi di 4 e 5 anni, aveva affidato ai piccoli il proprio tablet Samsung: aveva permesso loro di passare del tempo giocando a “Marvel Run Jump Smash!”, una app acquistata su Google Play che per meno di un dollaro permette di impersonare i supereroi delle più celebri serie a fumetti americane. I piccoli, solleticati dagli inviti all’upgrade, hanno convinto la madre a fornire password e denari per movimentare il contesto del videogioco, acquistando la valuta virtuale necessaria a potenziare i personaggi e catapultarli in nuove avventure. La donna non ha negato ai figli la propria password , indispensabile per procedere all’acquisto nel quadro dell’applicazione. Poco dopo, via email, le è stato presentato il conto: oltre 65 dollari di spesa.

Le spiegazioni , le informazioni e i moniti di Google non sarebbero stati abbastanza chiari: Ilana Imber-Gluck non si aspettava che i propri figli potessero spendere tanto. Per questo motivo la donna ha scelto di adire le vie legali, nel tentativo di trascinare con sé tutti i genitori traditi dalle app e dai meccanismi scelti da Google, incapaci di tutelarli.

Le regole che governano il Play Store prevedono che l’inserimento della password per autorizzare gli acquisti in-app conceda briglia sciolta per 30 minuti : una mezzora in cui è possibile acquistare senza rinnovare il proprio consenso e spendere cifre enormi, considerato che alcune app permettono di acquistare con una sola transazione contenuti che valgono 100 dollari. Secondo il testo della denuncia , Google non avrebbe informato a sufficienza i genitori a riguardo, inconsapevoli della necessità di vigilare sui minori per un tempo successivo all’acquisto autorizzato. La situazione, secondo la donna, sarebbe aggravata dal fatto che “questi giochi, per come sono concepiti, creano immediatamente dipendenza”: sarebbero sviluppati per indurre gli acquisti di valuta virtuale , che si possono concludere con un semplice tocco. I più piccoli non saprebbero resistere , e gli sviluppatori delle applicazioni insieme a Google, che ovviamente lucra sugli acquisti trattenendo la propria percentuale, ne sarebbero perfettamente consapevoli .

Ilana Imber-Gluck, che cerca lo status di class action per la propria azione legale, auspica di ottenere da Google quello che i consumatori hanno già ottenuto da Apple, alla sbarra con le stesse accuse: nonostante avesse serrato i 15 minuti della finestra temporale degli acquisti obbligando all’inserimento della password per ogni transazione, Cupertino si è vista costretta a rimborsare i propri utenti e a rendere più trasparenti le procedure di acquisto secondo quanto indicato dalla FTC statunitense. Anche l’Europa, nel frattempo, sta approfondendo la questione: secondo le autorità del Vecchio Continente la via del freemium, che invoglia agli acquisti senza affiancare procedure capaci di informare appieno gli utenti, potrebbe essere insidiosa.

Gaia Bottà

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