Caso Vividown, la rabbia di Schimdt e la difesa dell'accusa

Il CEO di Google torna sulla sentenza italiana con termini poco eleganti. Robledo, il pm dell'accusa, non ci sta: e, citando Buffon, para tutte le accuse rispedendole al mittente
Il CEO di Google torna sulla sentenza italiana con termini poco eleganti. Robledo, il pm dell'accusa, non ci sta: e, citando Buffon, para tutte le accuse rispedendole al mittente

Si torna a parlare del caso Vividown , e della condanna dei vertici di Google per violazione di privacy conseguente al caricamento di un video da parte di un utente, e lo fanno due dei protagonisti della vicenda: Google, che definisce la sentenza sostanzialmente bullshit , e il pm dell’accusa Alfredo Robledo che, con il collega Francesco Cajani, ha ottenuto la condanna dei tre dirigenti.

In un’ intervista sulle varie cause e controversie che vedono nel mondo coinvolta Google, Eric Schmidt ha parlato del ruolo della sua azienda e spiegato che è così tanto coinvolta in faccende giudiziarie e accusata di questo e quello perché rappresenta, semplicemente, “il rapporto tra pubblico e privato, tra interessi speciali e particolari” in uno scenario in continua evoluzione.

“Stiamo cercando di fare cose nuove e ogni volta che distruggi cose vecchie le persone coinvolte nel cambiamento protestano”. BigG si definisce un’azienda disruptive by design : termine che, accostato alle invenzioni, identifica quelle fondamentali che cambiano le regole del gioco, creando un nuovo mercato, annientandone uno vecchio. Proprio questa sua natura, secondo Schmidt, gli attirerebbe tutte le accuse e gli attacchi.

Oltretutto, ad aggiungere problemi a incertezze, Google lavora in un settore, quello ICT, caratterizzato da una normativa incerta , con alcune zone grigie e molte in evoluzione. Se a questo si aggiunge la filosofia della cultura libera e l’approccio “prima lanciare, poi correggere”, è evidente che qualche problema con le autorità locali (si lavora contemporaneamente in diversi Paesi) lo si possa avere.

Mentre per casi relativi alle reti WiFi raccolte con le macchine di Street View, e all’affaire Buzz, Schmidt ammette che si è trattato di errori cui stanno tentando di rimediare, tornando sul caso Vividown e sulla sentenza italiana afferma invece che “il giudice si è completamente sbagliato: allora prendiamo tre persone a caso e spariamogli, è una stronzata (ndt: bullshit , sic). Mi offende e offende Google”. Comunque non si tratterebbe, spiega, di un’accusa all’Italia, ma di una questione globale che va oltre alle questioni relative alla privacy : il mondo, afferma, sembra che stia prendendo una piega meno favorevole alle aziende di Internet.

Uno dei protagonisti della sentenza Vividown, il magistrato Alfredo Robledo, ha risposto per le rime a Schmidt: “La sua intervista fa cadere le braccia”.

“Dovrei usare quella sua stessa parola ma, come diceva Buffon, lo stile è l’uomo”: Robledo spiega che si tratta una tesi accusatoria confermata dalla sentenza , che non si tratta dunque di uno sparare nel mucchio ma di condanne motivate . Sono state attribuite “le responsabilità penali sulla base delle funzioni esercitate nel caso specifico”.

Il problema, spiega Robledo, è che Google non si fa una ragione che l’Italia non sia gli Stati Uniti: “Il primo emendamento della Costituzione americana pone la libertà di espressione sopra qualsiasi altra iniziativa legislativa, ma la Costituzione americana è una norma locale. In Italia e in Europa la libertà di espressione trova un suo confine nel rispetto dei diritti delle persone, tra i quali spicca quello alla privacy.”

L’attacco di Schmidt alla sentenza sarebbe “la volontà esibita di non comprendere nel quadro di un’aggressione mediatica che ha avuto, tre le sue conseguenze, le minacce online al giudice Oscar Magi”. Il CEO di Google, d’altronde, secondo Robledo “teorizza, pratica e difende il Far West” per poi lamentarsi dell’inadeguatezza della legge.

Il pm respinge al mittente anche le accuse di censura: “Stiamo parlando di privacy, non di notizie od opinioni” e, in questo caso, “la censura è un meme che ha messo in giro Google”. Sì, proprio al termine della Rete si affida il pm: meme, “una sorta di virus informatico che tende a riprodursi da solo”.

Claudio Tamburrino

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