Cina, la voragine dei produttori di iPod

di Luddist - Uno squarcio sul triste mondo dei cinesi che producono i gadget dell'ICT occidentale: le fabbriche si trasferiscono in oriente, dove i diritti dei lavoratori sono barattati con i margini di profitto
di Luddist - Uno squarcio sul triste mondo dei cinesi che producono i gadget dell'ICT occidentale: le fabbriche si trasferiscono in oriente, dove i diritti dei lavoratori sono barattati con i margini di profitto

Cina Cina Cina, non si sente parlare d’altro quando si chiacchiera di paesi emergenti, di economie in forte ascesa, di nuovi scenari nella complessa bilancia dei poteri. Se ne parla anche tra i pochi sostenitori dei diritti civili: vista la durezza della thought police pechinese è persino accaduto che qualche leader occidentale abbia fatto riferimento alla censura e agli arresti indiscriminati nel corso dei propri colloqui con la nomenklatura di Pechino.

Meteore. La Cina va avanti come meglio preferisce. Da quando Deng le ha dato l’ambizione del mercato trascinandola fuori dalla pericolosa autarchia economica, il resto del Mondo ha dovuto iniziare a farci i conti. Scoprendo negli anni territori dorati desiderosi di essere conquistati.

Poco importa se in Cina i laogai rimangono aperti e se tuttora vi si rinchiudono umani col vizio del libero arbitrio, gli affari sono affari e anche le grandi imprese della tecnologia sfruttano il bassissimo costo del lavoro cinese per aumentare i profitti. Dar vita ad una fabbrica di gioiellini tecnologici in Cina, oggi significa portarsi a casa margini enormemente maggiori e dar filo da torcere alla concorrenza internazionale.

Ed è quello che, tra i tanti, ha fatto anche Apple , che proprio in Cina colloca una parte considerevole della propria produzione di iPod , un dispositivo che da solo ha rivoluzionato non solo le prospettive del proprio mercato ma anche di quello dell’industria musicale.

Qualche settimana fa Apple ha smentito seccamente le illazioni secondo cui i lavoratori cinesi che realizzano iPod lavorano in condizione disumane. Ma ecco che nei giorni scorsi è giunta una clamorosa ammissione di Li Zong, portavoce degli stabilimenti Foxconn, quelli utilizzati per l’iPod.

Li ha dichiarato che i dipendenti delle proprie fabbriche lavorano, non oso pensare in quali condizioni, per 80 ore mensili più del dovuto e, ciò nonostante, vengono pagati con i salari minimi previsti dalla provincia di Shenzen in cui si trovano gli impianti. A condire il tutto, Li ha sostenuto che un gruppo di esperti della Mela di Cupertino si sarebbe effettivamente recato sul posto per verificare le modalità produttive e avrebbe persino dato il suo ok.

Altre illazioni? Io non so se Apple abbia o meno consapevolmente contribuito allo sfruttamento di questi lavoratori, non sappiamo neppure perché Foxconn abbia reso quelle dichiarazioni, quel che è certo è che se queste persone non avessero lavorato all’iPod avrebbero comunque realizzato notebook, cellulari o chissà cos’altro destinati dai grandi produttori occidentali ai mercati di mezzo mondo. Ed è difficile credere che lo avrebbero fatto in condizioni diverse.

Ci dicono che in Cina una tale quantità di ore di lavoro al di fuori degli orari dei contratti è illegale. Visto lo scandalo internazionale è assai probabile che il regime agirà sulla Foxconn. Purtroppo, questo non cambierà una virgola dello stato delle cose, quello di un paese che offre costi del lavoro ridottissimi perché vengono compressi i diritti dei lavoratori. Se le aziende dell’ICT non prenderanno in mano la cosa che lo facciano almeno i consumatori: dietro il “Made in China” sparso nelle case di tutto il Mondo c’è una verità tetra e scomoda. Che la scelta consapevole di chi acquista può cambiare.

Luddist

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29 06 2006
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