Contrappunti/ La svolta orientale

di M. Mantellini - Google in Cina si trova davanti a un bivio: deve scegliere se svolgere bene il proprio ruolo di azienda della conoscenza. Oppure trasformarsi in una corazzata multinazionale senza anima
di M. Mantellini - Google in Cina si trova davanti a un bivio: deve scegliere se svolgere bene il proprio ruolo di azienda della conoscenza. Oppure trasformarsi in una corazzata multinazionale senza anima

Google qualche giorno fa ha annunciato sul suo blog che avrebbe interrotto la censura al suo motore di ricerca, concordata con le autorità cinesi fin dai tempi della apertura di google.cn . Le ragioni di questo cambio di rotta sarebbero una lunga serie di attacchi informatici, con ogni probabilità provenienti dal regime cinese stesso, durante i quali sono state spiate le caselle di posta elettronica Gmail di attivisti per i diritti umani.

La storia recente dello sbarco delle aziende tecnologiche americane in Cina ci racconta di come Google stessa, ma anche Yahoo e Cisco, siano spesso rimaste intrappolate in difficili contingenze, legate alla volontà da una parte di entrare nel grandissimo mercato nascente del più grande paese del pianeta e dall’altro di non essere percepiti dall’opinione pubblica mondiale come complici interessati delle censure e delle prevaricazioni di uno dei peggiori regimi del pianeta.

I commenti seguiti alla decisione di Google di interrompere la collaborazione (scelta alla quale potrebbe seguire la chiusura della sede cinese dell’azienda) sono di due tipi. Da un lato l’esultanza di molti attivisti peri diritti civili e la libertà di espressione, dall’altro il cinico disincanto dei tanti che leggono la scelta di Google come una semplice opzione commerciale travestita da qualcosa d’altro, magari legata alla scarsa penetrazione di google.cn nel mercato delle ricerche in Cina.

Il punto centrale della vicenda, per conto mio, è che Google o Yahoo non vendono pomodori. Non localizzano in una sperduta landa cinese la produzione dei bulloni per i propri camion, non sono insomma aziende come le migliaia che in questi anni, da tutto il mondo, hanno adottato il paese asiatico come sede preferita della produzione delle proprie manifatture che oggi spaziano dagli abiti che indossiamo alla gran parte dei gadget dell’elettronica di consumo.

La grande differenza fra i venditori di pomodori ed aziende che si occupano di comunicazione ed informazione è che le prime seguono il denaro (come dicono gli americani in uno dei loro più tristi luoghi comuni), le seconde seguono il denaro, certo, ma anche la conoscenza.

Che in un paese come la Cina l’associazione denaro e conoscenza fosse un equilibrio difficile e per nulla scontato lo si è sempre saputo, fin dai tempi in cui Google stessa sostenne la necessità della sua presenza in Cina per incoraggiare i livelli di condivisione delle informazioni “per quanto fosse possibile”, anche piegandosi a parziali accordi con il governo. Meglio una quota contingentata di ricerca libera per tutti sui nostri motori che nessuna ricerca per nessuno, è stato il punto di vista di Mountain View e delle altre grandi aziende Internet. Il resto – dicevano – sarebbe venuto col tempo.

In attesa del resto Yahoo ha fornito al regime le informazioni per chiudere in galera per 10 anni Shi Tao, giornalista ed attivista per i diritti civili la cui unica colpa è stata quella di propagandare via posta elettronica l’anniversario dell’eccidio di piazza Tiananmen, quella stessa Tiananmen le cui immagini sono ricomparse come per magie nelle ricerche su google.cn qualche giorno fa.

In attesa del resto grandi aziende software americane come Cisco hanno collaborato alla infrastruttura tecnica del grande firewall cinese, una struttura censoria ciclopica che tiene la popolazione della Repubblica lontana dalla gran parte delle fonti informative occidentali (dal New York Times alla BBC ) così come da molti social network e siti web (secondo una ricerca fatta ad Harvard i siti web bloccati stabilmente dal muro censorio cinese sarebbe circa 18mila).

In attesa del resto qualche giorno fa Steve Ballmer ha affermato al Financial Times che gli attacchi informatici a Google sono un problema di Google e che Microsoft continua a guardare alla Cina come ad una grande opportunità economica per convincere sempre più persone che usano il loro software a pagarlo regolarmente.

Ai tempi del pasticciaccio Shi Tao qualcosa per qualche tempo sembrò muoversi in USA. Il governo provò a tirare le fila di un discorso collegiale che ipotizzasse una sorta di decalogo etico delle grandi aziende dell’ICT alle prese con paesi dagli standard simili a quello cinese. Poi, prevedibilmente, in ossequio al “business is business” non se ne fece più nulla.

Oggi Google ha affermato chiaramente quello che molti sostengono da anni: nessuna collaborazione coi censori è possibile da parte delle aziende della conoscenza se le condizioni sono queste. È certamente un punto di vista discutibile, ma è anche il nostro. Con buona pace dei tanti soloni che oggi inneggiano indecorosamente alle leggi del mercato ed agli scopi delle società quotate.

Massimo Mantellini
Manteblog

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