Contrappunti/ Mark Zuckerberg, missione impossibile

di M. Mantellini - Piegare l'etica hacker al dio denaro fino a oggi non c'è riuscito nessuno. Neppure Steve Jobs all'apice del suo successo. Il CEO di Facebook ci prova

Roma – La lettera di Mark Zuckerberg sulla prossima quotazione borsistica di Facebook ci farà comodo anche in futuro. Per quello che se ne può capire leggendola sembrerebbe davvero il prodotto intellettuale del giovane Mark, e non il complesso equilibrismo tipico delle comunicazioni che anticipano IPO da miliardi di dollari. Contiene in sé più di una riguardevole tenerezza ed è anche – come era ampiamente prevedibile nel momento in cui un 27enne paracadutato dentro un mondo infinitamente più grande di lui tenta di spiegare i propri progetti al pianeta che lo ascolta – per lo meno altre due cose: una dichiarazione di intenti pericolosa e una specie di piccolo azzardo intellettuale.

Come è noto la mission di Facebook è di quelle che farebbero tremare i polsi a chiunque: “rendere il mondo più aperto e connesso”. Fa un po’ ridere in effetti. Diciamo che non siamo ancora alle aspirazioni planetarie di Google, il cui scopo aziendale come è noto sarebbe “organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili”, ma poco si manca. Del resto gli imprenditori planetari a 20 anni sembrano avere la stessa probabilità di scansare mission romantiche per le proprie aziende di quelle di Keith Richard di starsene lontano dalle droghe pesanti.

In realtà, nell’anno della prossima quotazione, la definizione in sintesi di cosa Facebook desidera essere potrebbe assomigliare a qualcosa del tipo: “rendere il mondo più aperto e connesso, anche quando il mondo non lo desidera”. Da questa non indifferente forzatura dipende la sostenibilità del business della società. L’etica hacker di cui il giovane Mark parla estesamente nella sua lettera è certamente un tema inconsueto nei salotti dell’alta finanza (un po’ come quando Google mandava il cuoco a discutere con gli analisti finanziari) ma è anche un tema piuttosto difficile da piegare alle logiche aziendali di una società come Facebook: Mark lo utilizza in modo capzioso e non potrebbe essere diversamente quando si parla di una azienda il cui principale intento in questi anni è stato quello di imprigionare gli utenti dentro le proprie spire e le cui continue variazioni delle condizioni di privacy degli utenti hanno causato un numero molto elevato di contenziosi (gli ultimi due: la nuova Timeline e il meccanismo del frictionless sharing ).

Gli hacker programmano “per servizio e per passione”, Zuckerberg si accontenta di una versione un poco differente quando dice “noi non costruiamo servizi per fare soldi. Noi facciamo soldi per creare servizi migliori”; gli hacker detestano la burocrazia e credono che le informazioni debbano essere libere, Facebook offre ai suoi sottoscrittori dei Termini di Servizio complicatissimi e per molto tempo ha implementato nella propria piattaforma un alert che, una volta cliccato un link esterno, avvisava dell’imminente uscita dal recinto del social network. Insomma, ridurre l’etica hacker alla sola retorica dello smanettone alle prese con la beta perenne o pescare a piene mani dal Whole Earth Catalog è davvero un giochetto buono forse per i colletti bianchi di Goldman Sachs.

Volendo cavillare poi, “rendere il mondo più aperto e connesso” è da sempre la missione della rete Internet stessa, un progetto alto, già definitivamente codificato senza bisogno di quotazioni in Borsa, sistemi di registrazioni e condizioni capestro da controfirmare. Quella di Facebook è in fondo una sorta di usurpazione per altri fini, quegli stessi fini che Zuckerberg cerca di chiarire nella sua lettera senza riuscirci. Perché una società che nel 2011 ha incassato 3 miliardi di dollari deve ricorrere alla Borsa per finanziarsi? Per offrire servizi ancora migliori, risponde il timido Mark. Le righe della missiva alla SEC impegnate per spiegare la differenza fra fare soldi attraverso buoni progetti, e fare buoni progetti che ti fanno anche guadagnare, sembrano uscita da una versione aggiornata di Forrest Gump più che da un esercizio del ben noto pragmatismo americano all’inseguimento del biglietto verde, mentre l’impietoso processo alle intenzioni di Facebook che da molti commentatori americani arriva in queste ore potrebbe essere così riassunto: “Chi mai assumerebbe come Caronte tecnologico verso un mondo più aperto e connesso un tizio che a 19 anni era incerto fra creare un sito con le foto delle ragazze del college e una piattaforma di dating?”.

Da sopra la montagna di 850 milioni di utenti della piattaforma tutto sembra più semplice: il meccanismo automatico del denaro che a Wall Street genera altro denaro fino a stropicciare ogni rapporto logico fra valore borsistico e di mercato è ormai definitivamente avviato. La quotazione renderà miliardari quanti hanno creduto in Facebook in questi anni (compreso il graffitaro californiano che anni fa abbellì gli uffici della società facendosi pagare in azioni) e scatenerà i soliti appetiti degli investitori; eppure dietro alle speculazioni dei prossimi mesi le probabilità che Facebook si trasformi nella piattaforma per eccellenza delle relazioni online, sostituendo di fatto Internet stessa, continuano a sembrare modeste. Il giovane Mark, a dispetto dei proclami, non sembra essere Robin Hood, mentre l’abito che indossa, archiviate le ciabatte di plastica e le t-shirt sdrucite, assomiglia ogni giorno di più a quello dello sceriffo di Nottingham.

Massimo Mantellini
Manteblog

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